Apertura del leader di Sel. Bersani apprezza: anche Nichi
vuole lavorare con il centro, sì all’accordo con i moderati
ROMA Anche Nichi Vendola si converte al rapporto con i moderati. Nel giorno della presentazione delle liste, al leader di Sel chiedono del famoso incontro tra progressisti e moderati tante volte evocato da Bersani, e Nichi il rosso a sorpresa non si sottrae, non chiude e non demonizza, anzi. Scandisce: «Dopo le elezioni Monti se vuole può appoggiare un governo guidato da noi». Siamo ancora all’appoggio esterno, non all’intesa vera e propria di governo, «sarebbe difficile spiegare agli italiani che nello stesso governo ci sono sia Sel che Fini», sottolinea Vendola, tuttavia la novità si coglie, il dado è tratto: se finora al nome di Monti e dei centristi il governatore pugliese metteva mano alla pistola, adesso accenti e riferimenti sono diversi, se non è una svolta, poco ci manca, una minisvolta sicuramente sì. Nichi il rosso al momento distingue i due piani, «una cosa è appoggiare un governo, altra cosa è farne parte», ma le considerazioni saltano subito all’occhio: la via dell’appoggio esterno non è che sia la più auspicata da Bersani, significherebbe sui provvedimenti più importanti dipendere da altri, che condizionerebbero il proprio appoggio a seconda del gradimento o meno del testo, una spada di Damocle perenne sul governo e sulla maggioranza. Dunque?
I DEMOCRAT
Il leader del Pd apprezza e benedice la sortita vendoliana, che va nella direzione da lui indicata da tempo. Bersani lo ha ripetuto ancora ieri: anche se Pd e Sel vinceranno le elezioni e avranno la maggioranza in entrambe le Camere, tuttavia il patto con i moderati verrà comunque perseguito, tali e tanti sono i problemi legati alla crisi da richiedere l’intervento di un arco ampio di forze. Contraddicendo un famoso assunto di Enrico Berlinguer, Bersani afferma che il Pd riuscirà a governare perché «avrà in Parlamento il 51 per cento», ma ugualmente il leader democrat aprirà a «un accordo con forze che rifiutano il populismo», soprattutto perché «non è vero che le riforme più significative si fanno nella solitudine». L’altra strada sarebbe uno spostamento completamente a sinistra dell’asse politico, con un centrosinistra che si andrebbe a cercare gli eventuali voti mancanti in Senato a sinistra, per esempio dalle parti degli Arancioni di Ingroia. Ma le premesse sono assai negative: Bersani è parecchio contrariato dalla decisione degli Arancioni di presentare liste ovunque al Senato, con il bel risultato che in alcune regioni chiave si rischia di far vincere gli altri e far perdere proprio il Pd. Ingroia ha rifiutato forme di desistenza al Senato in Lombardia, Campania e Sicilia, e la cosa è stata presa come un chiaro segnale di ostilità destinato a pesare negativamente sui futuri rapporti.