ROMA «Parlare del lavoro è parlare del pane». Il lavoro «è diritti e doveri». È soprattutto «dignità». Non può essere «precario», nè tantomeno «nero, sommerso, schiavizzato, mercificato»: il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, apre così la Conferenza di programma per presentare il Piano del lavoro. Il nuovo Piano del lavoro, 64 anni dopo quello portato da Giuseppe Di Vittorio al secondo congresso della Cgil nel 1949. Una proposta che mette in moto circa 50-60 miliardi di euro, nel triennio, principalmente per la creazione di posti di lavoro. La sua attivazione, secondo una simulazione econometrica del Cer (Centro Europa ricerche) che ha calcolato l'impatto macro, porterebbe ad un aumento dell'occupazione del 2,9% tra il 2013-2015 (solo quest'anno dell'1,9%, rispetto al -0,4% attualmente previsto), ad una crescita del Pil del 3,1% nello stesso periodo (2,2% nel 2013 rispetto al -0,5%), ad un forte calo della disoccupazione. Questa potrebbe tornare ai livelli pre-crisi: 9,6% quest'anno (contro l'11,3% oggi stimato), 8,5% nel 2014 e 7% nel 2015.
La parte più consistente delle risorse necessarie arriverebbe da una riforma fiscale «radicale»: 40 miliardi di euro annui da imposte più progressive e soprattutto dalla patrimoniale, insieme alla lotta all'evasione fiscale. Ma oltre al fisco, c'è la riduzione dei costi della politica e degli sprechi insieme alla «redistribuzione» della spesa pubblica (altri 20 miliardi di risparmi strutturali), un miglior utilizzo dei Fondi europei. Il riordino delle agevolazioni alle imprese (altri 10 miliardi). E c'è il ruolo di «ritrovato protagonismo» dell'intervento pubblico: «Non è una bestemmia né un pericolo sovversivo», afferma Camusso. Ma innanzitutto bisogna cambiare la premessa generale: «Quella del rigore e dell'ossessione del debito pubblico hanno aggravato la crisi». L'obiettivo è «occupazione qualificata, stabile e corredata delle tutele e dei diritti universali», favorito anche da un piano di «incentivazione delle assunzioni», spiega il numero uno della Cgil. Il Piano del lavoro non è il «libro dei sogni», ripete, ma una proposta «aperta al confronto».