PORDENONE «C’è stata una fuga di notizie. Non doveva uscire nulla. Poi i giornalisti hanno fatto il resto, strumentalizzando la vicenda politicamente. E proprio quando le elezioni sono vicine». Edoardo D’Inca Levis, sessant’anni a marzo, ha vissuto fino alla metà degli anni Ottanta a Pordenone, città dove risiedono ancora il padre Elvio e il fratello Vittorio. È lui il grande accusatore del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, alla cui segreteria sarebbe stata destinata la maxi tangente da 749.460 euro per favorire l’appalto di una fornitura di 45 filobus. Non ha alcun problema a raccontare telefonicamente la sua versione dei fatti.
«Sono a Praga, libero e non "prigioniero" come dicono alcuni», dopo essere stato raggiunto da un mandato di cattura internazionale che lo ha spinto a presentarsi di sua volontà nella Capitale per farsi interrogare dai giudici e trascorrere due giorni in prigione.
Lei è stato dipinto come un oscuro personaggio.
«Non sono un faccendiere. Non mi sono arricchito con la joint venture tra Skoda e Breda Menarinibus che per me ha significato tre anni di lavoro e solo 120mila euro di guadagno».
Ma la storia della tangente per l’appalto dei filobus la conferma?
«Per vincere una gara d’appalto bisogna pagare, diciamolo chiaramente. Il sistema è quello che è. È un sistema malato. Devi decidere se lavorare e quindi sottostare a un ricatto o essere costretto a mandare tutti a casa... Il risultato è che nel 2012 la Breda Menarinibus ha prodotto due autobus, 350 operai sono in cassa integrazione; l’unica azienda che produce autobus rimasta in Italia è in una situazione tragica ed io per cercare di aiutarla mi sono messo in un mare di guai».
Povero samaritano a parte, come è nata questa storia?
«Nel 2008 sono stato il promotore di una joint venture tra la ceca Skoda e la Breda Menarinibus per la realizzazione di un nuovo progetto di Filobus trimodale. Nel 2009 questo mezzo fu progettato specificatamente per la gara internazionale della Municipalizzata di Roma».
E quando sentì parlare per la prima volta di mazzette?
«Durante la fase finale della trattativa, l’allora ad della Breda Menarinibus Roberto Ceraudo mi disse che per avere i favori dell’impresa che aveva vinto l’appalto chiavi in mano e che avrebbe poi acquistato i filobus, era necessario predisporre una mazzetta. Il lavoro di progettazione del nuovo mezzo era durato quasi un anno, la Breda Menarinibus era in una fase critica per mancanza di ordini, per poter proseguire l’attività l’ordine per la commessa di Roma era fondamentale. Anche in Repubblica Ceca il lavoro scarseggiava, per cui accettai di aiutarlo. Trattenuta la parte convenuta con la Breda Menarinibus per il mio lavoro, ritornai l’intero importo a Ceraudo».
Ha mai incontrato personalmente politici o amministratori della Municipalizzata romana?
«No, mai».
Ma la mazzetta alla segreteria di Alemanno?
«Durante una telefonata con Ceraudo, alcuni mesi dopo l’inizio della creazione della joint venture, mi fece capire che il denaro non sarebbe andato al privato, ma ad altri. Alla segreteria di Alemanno».
Ceraudo: quei soldi destinati alla «politica romana»
L’INCHIESTA
ROMA I soldi della tangente uscita dalle casse della Breda Menarinibus erano «destinati alla politica romana». A confermarlo a verbale è stato l’ex amministratore delegato della Breda Menarinibus Roberto Ceraudo, finito in carcere venerdì scorso e ascoltato due giorni fa per cinque ore dal pm Paolo Ielo. Il dirigente avrebbe parlato di «soldi destinati alla politica». Una frase più generica di quella dell’imprenditore Edoardo D’Inca Levis che invece aveva fatto riferimento alla «segreteria di Alemanno».
Ma è un fatto che la procura considera le ammissioni di Ceraudo utili e che nelle prossime ore potrebbe valutare di scarcerare il dirigente, che avrebbe dato indicazioni precise su dove e quando i 750 mila euro complessivi sarebbero transitati, attraverso un meccanismo di false fatture da Breda Menarinibus verso una società americana. Anche perché Ceraudo avrebbe parlato di fatture fasulle preparate, ma non pagate, anche nel 2011.
I PAGAMENTI PER IL 2011
Il particolare dei nuovi pagamenti è stato messo anche a verbale: «A dicembre 2011 - ha raccontato - dopo due anni dall’ultimo pagamento, predisposi altre due false fatturazioni perché avevo avuto nuove richieste da ambienti politici. In totale la cifra concordata era di trecentomila euro, ma poi quei soldi non sono stati bonificati». Le due nuove fatture emesse stavolta da una società inglese, la Rail and traction consulting, erano state rintracciate anche dalla Guardia di finanza nella contabilità di Breda: una per 180mila euro datata 9 dicembre 2011 e una da 176mila euro il 27 dello stesso mese, entrambe registrate come «pagamento del saldo per la fornitura dei filobus». Ceraudo ha spiegato agli investigatori che le richieste per favorire la commessa di 45 filobus a Breda Menarinibus e destinati a Roma metropolitane, gli arrivavano da uomini legati a Finmeccanica, gli stessi finiti nell’inchiesta sulle false fatturazioni passate per Enav: «Erano loro ad indicarmi le cifre da pagare. Hanno voluto buona parte dei soldi in contanti, li ho consegnati in due diverse occasioni a Bologna, dove ha sede la Breda Menarinibus, dopo averli fatti transitare su un conto svizzero».
LA ROGATORIA
Su tutto il racconto fatto da Ceraudo, assistito dall’avvocato Francesco Compagna, il pm Paolo Ielo sta preparando una rogatoria internazionale a Berna per rintracciare i pagamenti e lo «spallone», scelto nell’ambiente bancario svizzero, che portò i soldi in Italia.
«MANCINI PRESE I SOLDI»
Tra le carte che formano l’atto di accusa della procura nei confronti dell’ex ad di Ente Eur Riccardo Mancini c’è poi un altro verbale: quello di Lorenzo Cola, ex uomo forte di Finmeccanica, che da tempo collabora con le indagini della procura. È lui a confermare che nel settembre 2009 Mancini gli disse di aver «ricevuto tutte le somme pattuite», cioè circa 600mila euro. Il racconto è di maggio 2012 e Cola dice di essere stato coinvolto nell’affare perché il gruppo Finmeccanica era interessato ad occuparsi degli appalti per le metropolitane: «Il problema si poneva perché la società che avrebbe dovuto acquisire gli autobus era una concessionaria del comune di Roma ed è per tale ragione che Mancini, indicato come uomo forte dell’amministrazione comunale, doveva avere una somma che mi pare di ricordare fosse di 500mila euro della quale aveva ricevuto solo la somma di 50mila euro. Mi dissero che questa vicenda era un primo step per intervenire nella costruzione della metropolitana di Roma, un affare che poteva valere 2miliardi di euro per Finmeccanica».
Con Mancini, Cola dice di essersi incontrato più volte: «Mancini mi si presenta come persona molto vicina al sindaco Alemanno, dicendomi di aver chiuso questo accordo ma che aveva incassato solo 50mila euro e che per la stipula del contratto con la concessionaria, occorreva il saldo. In tale circostanza mi disse che la realizzazione dell’accordo era la precondizione per parlare dell’ingresso di Finmeccanica nei lavori della metropolitana. Verso settembre 2009 - conclude l’ex consulente - incontro Mancini, in Ernst & Young, alla presenza di Mongiello (Giuseppe dirigente di Ernst & Young, società di revisione dei conti che si occupa anche di Eur Spa, ndr). In tale circostanza mi conferma di aver ricevuto tutte le somme pattuite, sicché si inizia a parlare di metropolitane di Roma. In tale contesto Mancini mi dice che noi o altri dovevamo passare da loro».