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Pescara, 22/03/2026
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Data: 19/02/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
La base lumbard diserta Bobo è solo con Silvio

MILANO Manco l’ombra di un leghista ad accogliere Bobo Maroni. Sono venuti tutti per sentire Silvio, compreso qualche bizzarro personaggio che gira con un santino del Mago Otelma, e una fans sfegatata che urla così tanto da essere scambiata per una contestatrice, e sbattuta fuori. Per il resto qualche bandiera lombarda che rimane avvolta intorno al bastone, un fazzoletto verde, qualche aspirante parlamentare padano camuffato da serioso ascoltatore. Eppure doveva essere il giorno del grande abbraccio fra leghisti e berlusconiani.
A tenere lontane le truppe verdi dalla kermesse serale del Cavaliere devono essere state le sue parole del mattino: «La Lega non faccia scherzi altrimenti facciamo cadere le giunte di Veneto e Piemonte». Minacce che dicono di un clima freddino, di un feeling che non si accende, e di piccoli dispettucci reciproci come l’Inno di Mameli sparato a tutto volume prima ancora che la festa cominci: i pochi lumbard in sala, per spregio, rimangono seduti. E l’onorevole Stucchi, ridacchiando, guadagna l’uscita in anticipo.
I LEGHISTI SOSPETTOSI

Maroni ha voluto fortemente l’accordo col Pdl: «Sennò non riusciamo a prendere la Lombardia» aveva spiegato davanti alle perplessità dei suoi. Perplessità che non si sono spente se è vero che adesso viene lasciato solo nel momento in cui, per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale, si mostra in pubblico col suo alleato. Forse è per questo che sembra a disagio e vuole far tutto in fretta. Parla un paio di minuti, saluta, e torna rapido in platea: «Insieme abbiamo l’obbligo di vincere, non possiamo lasciare la Lombardia e l’Italia a quelli là».
CORTESIE FRA EX NEMICI

Bobo e Silvio non sono mai andati troppo d’accordo quando erano al governo. Adesso sono obbligati a scambiarsi cortesie: «Ecco un lombardo di quelli forti e duri» lusinga il Cavaliere presentando l’ospite. «Tu sei il mio presidente preferito, e non solo per il Milan» ricambia Maroni. E per sentirsi un po’ più a casa tocca le corde sensibili del popolo azzurro: attacca «i cialtroni della sinistra», promette «meno tasse per le imprese», si lagna per le intercettazioni e certi giudici: «Sembra di sentir parlare Berlusconi» commenta uno in platea.
Un altro, sempre dal settore del pubblico, prova invece ad alzar la voce: «Silvio, ci hai portati alla rovina». Poi lancia qualche aeroplanino di carta sul pubblico, sbraita un altro po’, in un baleno viene portato fuori dalla Digos, una piccola folla lo insegue inferocita: «Bastardo comunista». Per un paio di minuti non si capisce chi sta con chi, anche due pidielline vengono allontanate: «Sono infiltrate, schifose, le manda Monti». L’aria è questa. E così anche gli ultimi leghisti rimasti smammano rasenti ai muri.
IL SOGNO DELL’EX MINISTRO

Silvio dal palco tira dritto, Maroni rimane seduto come se niente fosse. Si guarda a destra e a sinistra, non vede volti amici, sembra smarrito. Ma in questo momento è il suo destino: nella corsa per la Lombardia si gioca tutto, dentro e fuori dal partito. Se vince saranno tutti pronti a incoronarlo come «nuovo Bossi», se perde sono già pronti a girargli le spalle. Lui conta disperatamente sull’appoggio del Cavaliere per salvare la pelle: «Ringrazio il Pdl e Berlusconi che mi consentono di coronare il mio sogno». Pare quasi una confessione.

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