ROMA Farebbe più share di Sanremo. Nel 2006, il primo dei due duelli tra Berlusconi e Prodi fu visto da 16 milioni di italiani. Nel 2001, niente faccia a faccia di fine campagna elettorale. Anche se si pensò, come arbitro, a Biagi, alla Carrà, persino a monsignor Tonini, mentre Giuliano Ferrara, Santoro, Limiti e Fiorello si proposero: «Lo conduciamo noi». Stavolta, il confronto - a due o a tre o a sei - non si farà, anche se fossero disposti a dirigerlo i nuovi eroi, Fazio e Littizzetto. Un peccato?
L’ANOMALIA ITALIANA
«Un’assurdità», dice Mario Morcellini, docente di Scienze della comunicazione all’università di Roma: «Perchè il confronto tivvù non serve granchè a informare sui programmi o a modificare il comportamento elettorale di chi lo guarda ma è un indicatore dei tic e delle paure dei politici italiani». L’assurdo sta nell’anomalia italiana, incalza Morcellini: «In tutti i Paesi del mondo, sono le tivvù a decidere il format e il numero dei partecipanti. Mentre qui sono i politici, litigando tra di loro e vanificando la cosa, a cercare di stabilire lo schema e la formazione del confronto televisivo. C’è, nel fondo, una residua paura della tivvù nei nostri politici. Specialmente nei leader. Pensano che un’uscita sbagliata può decidere i loro destini elettorali. E ciò non è vero affatto. In Italia, si tende a sopravvalutare la potenza delle singole puntate del festival della comunicazione politica». «L’evento non ci sarà», sostiene Enrico Mentana osservando le nuove schermaglie tra chi (Berlusconi) lo vuole a due, chi (Bersani) a sei, chi (Monti) a tre, chi (Grillo) non lo vuole proprio e chi (Ingroia e gli altri) si accontenta di tutto basta che si faccia. «La questione - così la pensa Mentana - è che la necessità di fare il confronto deve entrare in una legge o mica si può obbligarli a sfidarsi per forza». Per esempio non ci si riuscì quando Rutelli fece inseguire ovunque, da un uomo mascherato da coniglio, il Cavaliere che nel 2001 gli negava il faccia a faccia. Una volta, per sfuggire il linciaggio da parte dei berluscones, il coniglio rutelliano dovette scappare sulla cima di un lampione. «Adesso - dice Renzi - il coniglio è Grillo, che non vuole confrontarsi con nessuno».
Il massmediologo Klaus Davi si stupisce di Berlusconi: «L’inseguitore deve volerlo e basta il confronto, senza troppe condizioni. Sottraendosi, cede la palla e l’agenda di questa fase finale di campagna elettorale nelle mani di Monti. Il quale ha buon gioco di dire: guardatelo, il Cavaliere scappa. Il 20-30 per cento degli elettori decide negli ultimi giorni nei quali avrà l’impressione che Berlusconi il coraggioso, l’uomo della rimonta, colui che ha sfidato Santoro andando nella tana del lupo, ora si è arreso». Dice Carlo Freccero, che sa tutto di «Televisione» (così s’intitola il suo nuovo libro): «In un Paese civile il confronto deve esserci. In Italia, visto che si tende a sfuggirlo, si dovrebbe istituirlo per legge. Anche se è più una cerimonia che un fatto sostanziale». Non conviene a Bersani, perchè è in vantaggio. «Ma non c’è solo questo nella sua ritrosia. C’è anche, più in generale, il fatto che la sinistra non prende sul serio la televisione. Quanto a Berlusconi, non vuole il confronto perchè non ha più nulla da promettere e non deve più inseguire ma soltanto non farsi soffiare il secondo posto da Monti o da Grillo». Ma i voti li sposta o no il faccia a faccia? «Molto pochi. Ma anche quei pochi contano».