ROMA Oscar Giannino lascia: dopo la scoperta di un master mai conseguito a Chicago e, si scopre ora, anche di due lauree mai prese, si è dimesso da presidente di Fare per fermare il declino. Il suo nuovo grido di battaglia da ieri è: «Chi sbaglia paga». Eppure, sempre lui, Giannino, giornalista economico tra i fondatori, con Michele Boldrin e altri, di Fare resta confermato candidato premier del suo movimento-partito. Fare, infatti, ha deciso di nominare nuovo presidente e portavoce al posto di Giannino, una giovane e tosta avvocatessa ligure, la trentaseienne Silvia Enrico, ma ha anche deciso di confermare la candidatura a premier di Giannino alle elezioni politiche. E se sarà un congresso di un movimento ormai partito che conta già oltre 80 mila iscritti e che si terrà a maggio prossimo a decidere su suoi assetti futuri, sarà solo lui, Giannino, e solo dopo il voto, a decidere, come va ripetendo da 48 ore, se rinunciare o meno allo scranno parlamentare. Ieri pomeriggio Giannino è volato a Milano, sfuggendo alle domande dei giornalisti che avevano letteralmente assediato l’albergo romano in cui si teneva la Direzione nazionale di Fare.
WEB SCATENATO
La giornata più lunga di Oscar si era aperta nel peggiore dei modi. La lettura dei giornali e, soprattutto, della Rete è pesante, impietosa, e rigurgita di aneddoti antipatici. Giannino, come al solito, ha dormito poco. Medita sul suo gesto, ormai irrevocabile, annunciato la sera prima in diretta dagli schermi del tg La7 di Mentana: «Ho mentito non solo sul master a Chicago, ma anche sulle due lauree, mai prese. Basta, lascio». In uno albergo romano del quartiere Esquilino, alle spalle della stazione Termini, si riunisce la direzione nazionale del partito. Giannino presenta le sue dimissioni irrevocabili. «I danni su di me per inoffensive ma gravi balle private non devono nuocere a Fare». «La regola è secca: chi sbaglia paga», dirà poi in un tweet.
Gelo nella, piccola e disardona, saletta. Panico. Alcuni chiedono a Oscar di restare. Altri ne chiedono la testa. La quadratura del cerchio la trova un professore di Trieste, Luciano Mauro: dimissioni di Oscar, passaggio del testimone a Silvia Enrico, che però non è neppure candidata, dunque Giannino resta il candidato premier di Fare. Il voto è unanime. Del resto, nella direzione Zingales non figura. E neppure Boldrin. La tensione, un po’, scema, ma giornalisti, cameramen e fotografi premono e spingono. Il portavoce, Aldo Torchiaro, fa il possibile per tenerli a bada.
Pomeriggio. Giannino spedisce alle 16 il tweet prima citato del «chi sbaglia paga», tweet che peraltro si conclude con un arrembante: «Ora giù a pestare dx, sx e centro!». Nel frattempo, però, destra, sinistra e centro pestano Fare.
MARONI E AMBROSOLI
Maroni e Ambrosoli, dalla Lombardia, fanno capire che i loro voti fanno gola. E i berluscones esultano. Qui si diffonde, poco prima che la Enrico si presenti davanti alle telecamere, la prima bufala: «E’ stato un complotto dei berlusconiani», sibilano i pretoriani di Giannino, «hanno assoldato dei blogger prezzolati e li hanno spediti da Zingales per farlo cadere nella trappola sapendo già delle cose». Giannino, con un altro tweet, smentirà tutto. Nel frattempo, e soprattutto dato che Giannino è sgattaiolato da un uscita secondaria, i giornalisti si buttano a peso morto sulla Enrico.
LA STAFFETTA
Nativa di Albenga, 36 anni, un bel volto giovane e fresco, ha conquistato tutti all’happening milanese del movimento. I 14 coordinatori regionali e due nazionali non hanno avuto dubbi quando il suo king maker, il professor Triestino Mauro, l’ha lanciata nell’agone. Lei ribatte colpo su colpo alle domande e alle critiche («Noi ci mettiamo la faccia»). Sera. Impazzano le voci più disparate. Giannino non risponde al cellulare, ma twitta ancora, prima di infilarsi negli studi de La7 per partecipare alle Invasioni barbariche: «Vedo che c’è chi continua e parla di dimissioni farsa, ma se verrò eletto il seggio resterà a Fare», Poi, aggiunge: «Girano le voci più assurde che sarebbe stato Berlusconi o altri a chiedere (le mie dimissioni, ndr.) per i nostri voti: non è vero niente!». Sipario, ma solo del primo atto.