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Data: 26/02/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Fini escluso dalla Camera: la fine del sogno futurista

ROMA Per tutto il giorno Gianfranco Fini tace. Tacciono i vertici di Futuro e libertà, riuniti a porte chiuse nella sede romana del partito che sognava di rifondare il centrodestra. Il leader parla solo in tarda serata per sancire che quello delle elezioni politiche anticipate «per Fli è un risultato totalmente negativo. Ma per l’Italia- sospira- il peggio deve ancora venire». Durante tutta la giornata i finiani hanno scrutato ansiosamente il flusso dei voti alla Camera, che li inchioda allo 0,46 per cento. Il che significa nessun seggio per Fli. Resta fuori dalla Camera perfino Fini, che di quell’assemblea è stato finora il presidente. La speranza di sopravvivere con qualche deputato a Montecitorio era legata al traguardo del 10% delle liste che fanno riferimento a Monti, ma anche alla performance dell’Udc e alla ripartizione dei seggi per il miglior perdente.
Nel dibattito accorato che si svolge a un passo da Fontana di Trevi Fini, Bocchino, Della Vedova, Perina e Granata analizzano le cause della sconfitta e puntano il dito contro la scelta di chi, come Casini, ma anche come Monti, ha preferito che le liste si contassero alla Camera. «Dovevano impuntarci per conquistare qualche seggio», è la lamentela. «Correndo da soli ci siamo solo fatti cannibalizzare dal Professore, che ha sottratto voti anche all’Udc».
LA SFIDA DEL 2010
E dire che i futuristi, che nel 2010, dopo l’assemblea del Pdl, hanno seguito la direzione indicata da Fini con il suo dito puntato contro Berlusconi, avevano in animo di costruire un nuovo centrodestra, «europeo, riformista e legalitario», per dirla con il leader. E gli inizi della nuova formazione, all’indomani dell’espulsione dal Pdl, decretata dal Cavaliere, avevano fatto ben sperare. Fini volava, forte delle sue battaglie per la legalità contro le leggi ad personam volute da Berlusconi, per l’integrazione e per la solidarietà. A settembre, a Mirabello, la scelta di rompere definitivamente con il berlusconismo e la sfida all’allora premier. «Si dimetta», tuonava Fini dal palco tra gli applausi. Con lui una nutrita pattuglia di deputati e senatori ex An, determinati a seguirlo fino alle estreme conseguenze.
LE LOTTE INTESTINE
Fino a far dimettere dalle proprie poltrone ministri, vice ministri e sottosegretari. Fino a votare la sfiducia a Berlusconi in Parlamento quel fatale 14 dicembre del 2010, quando l’operazione fallì per la defezione di Moffa e Katia Polidori. Da allora, Fli ha cominciato a perdere i pezzi. Uno dopo l’altro, in molti hanno lasciato Fini per dar vita a formazioni eterogenee, sempre sotto l’egida di Berlusconi. E così il drappello finiano si è ridotto a un manipolo di fedelissimi che, con il tempo, è stato anche dilaniato da mortificanti lotte intestine.
Unico collante era il leader, che resisteva impavido alla guida della Camera, nonostante gli attacchi della stampa berlusconiana per la vicenda della casa di Montecarlo, di proprietà di An, ma nelle disponibilità del fratello della compagna di Fini, Elisabetta Tulliani. Un fuoco di fila che il leader di Fli ha sopportato con stoicismo, rifiutando di dimettersi dalla presidenza di Montecitorio. «Andrei via solo se mi contestassero irregolarità nella gestione dell’aula e nell’applicazione dei regolamenti», ha ripetuto fino alla nausea. Ma con il vento dell’antipolitica che cominciava a soffiare, forse un gesto di rottura gli avrebbe giovato. Oggi si può dire che papa Ratzinger insegna.

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