PESCARA E' il 5 aprile del 2009 quando l'assemblea regionale del Pd, riunita a Sulmona, elegge il nuovo segretario: Silvio Paolucci, appena 31 enne, un piccolo samurai chiamato a rianimare un partito finito, a torto o ragione, sotto le macerie delle inchieste giudiziarie. Meno di 24 ore dopo un altro terremoto ridurrà in macerie L'Aquila e il suo hinterland, spostando l'attenzione di tutti su ben altra tragedia. Ma il tempo scorre in fretta e il prossimo 5 aprile il mandato di Paolucci scadrà e il Pd dovrà convocare un nuovo congresso per l'elezione del segretario. Un passaggio decisivo, attorno al quale si aprirà il vero dibattito post-politiche. E' prassi che i congressi regionali si tengano a ridosso di quello nazionale, fissato per ottobre. Ma in Abruzzo tra novembre e marzo si voterà per le regionali e c'è chi chiede di rinviare il congresso a dopo le elezioni.
Qui però si aprono le prime riflessioni: Paolucci punta ad una candidatura al Consiglio regionale, ma se il congresso dovesse slittare al 2014 il segretario si troverebbe, secondo alcuni, nell’imbarazzante posizione di arbitro e giocatore, perché toccherebbe a lui chiudere le liste che lo vedrebbero tra i candidati. Si profila uno scontro tutto interno al territorio teatino tra l'attuale capogruppo in Regione, Camillo D'Alessandro, e Paolucci. I due entrerebbero in competizione non solo per l'Emiciclo, perchè si potrebbero aprire scenari inediti anche sul congresso, dove potrebbe spuntare il nome di Gianluca Fusilli. Poi ci sono altre variabili come il ritorno di Luciano D'Alfonso e l'uscita di Franco Marini. Vicende contrapposte che pongono un ulteriore problema: il riequilibrio tra ex Margherita ed ex Ds in un partito oggi sbilanciato a sinistra.
SOTTO ATTACCO
Paolucci spiega che in questo momento la sua attenzione è concentrata su ben altri fronti: «Non c'è nessun percorso prefigurato sul congresso. Stiamo vivendo il groviglio della formazione del nuovo Governo, l'elezione del presidente della Repubblica e, forse, il ritorno al voto. A Roma non si parla di partito nè di congresso». Il segretario sa però di essere sotto attacco. Paolucci ha attribuito l'esito negativo del voto di una settimana fa alle vicende nazionali. Per altri il Pd abruzzese è rimasto invece imprigionato nella logica delle correnti e di una nomenclatura troppo chiusa in se stessa. Segnali in questa direzione erano già arrivati durante le primarie per la scelta dei candidati, vedi lo sfogo di Marco Alessandrini. Ora il consigliere regionale Giovanni D'Amico, dopo le dimissioni dagli organismi dirigenti di Claudio Ruffini, invita il partito a non gettare la spugna ma a cambiare registro: «Sarebbe un paradosso se il gruppo dirigente prendesse le distanze dal partito. Sarebbe come prendere le distanze da se stessi. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, metterci a verifica degli iscritti e di tutti i cittadini. Ruffini ripensi la sua scelta. Lavoriamo insieme sulla valorizzazione delle risorse umane impegnate più direttamente sul territorio, sulla selezione in base a competenze e merito soprattutto tra i giovani, sul superamento della dicotomia partito delle correnti-rappresentanze istituzionali, sulla creazione di organismi che di elaborino programmi reali, sulla riforma dello statuto del partito». Intanto Giacomo Cuzzi, di Adesso Pescara per Matteo Renzi, chiede si acceleri il cambiamento puntando sui renziani.