L’ipotesi della scheda bianca spacca il gruppo al Senato.
ROMA I primi scricchiolii nel Movimento 5 Stelle diventano con il passare delle ore divisioni e discussioni, capannelli distanti tra di loro che si animano, dopo un’assemblea tesissima in cui molti senatori non sono affatto d’accordo di votare scheda bianca nel ballottaggio al Senato. Alla fine si è deciso per alzata di mano a maggioranza di non dare l’appoggio all’ex procuratore antimafia Piero Grasso, ma è là che si è consumata la prima spaccatura del movimento. Due ore di riunione dai toni accesi, tra urla e abbandoni della sala prima del voto. I senatori siciliani (sono sei, su 53) hanno per primi sollevato obiezioni alla linea dettata dal capogruppo Vito Crimi di votare scheda bianca. Soprattutto dopo un appello sul web del fratello del magistrato Paolo Borsellino, Salvatore, fondatore del movimento Agende Rosse e vicino al movimento di Grillo. «Se vince Schifani quando torniamo in Sicilia a noi ci fanno un mazzo così. Noi votiamo Grasso» hanno detto senza esitazioni. Altri hanno espresso il loro fastidio per la gestione di Crimi, che prima di incontrarsi con i suoi colleghi, ha riferito l’indicazione di voto ai giornalisti dopo essersi a lungo appartato al telefono. Insomma, disorientamento, peso della responsabilità che come un macigno è arrivato sulla schiena dei senatori 5 Stelle, compressi tra i diktat di Grillo trasmessi ai capigruppo Lombardi e Crimi, e il rischio di «bocciare» Grasso a favore di Schifani. L’ex presidente del Senato, i 5 Stelle non lo volevano. Lo hanno detto apertamente soprattutto con i post su Twitter e Facebook: «Mai il voto a Schifani», e così alla fine quei 12 voti in più rispetto alla dote del centrosinistra, è più che presumibile siano arrivati proprio dagli scranni occupati dal Movimento di Grillo. Dopo la riunione e prima del ballottaggio del resto il senatore Luis Orellana, sul quale erano stati concentrati i voti del Movimento nelle tre precedenti votazioni, era stato esplicito: «Non c’è stata l’unanimità nella decisione del nostro gruppo». Così come Bartolomeo Pepe aveva invitato i compagni di cordata al voto libero, seguito a ruota da Ornella Bertorotta: «Libertà di voto. E’ questo che abbiamo deciso. Voteremo secondo coscienza». E così è stato in uno psicodramma vero, a poche ore dall’insediamento quasi folkloristico dell’altro ieri tra saluti ai parenti in tribuna, l’occupazione dei posti più in alto «per sorvegliare», gli apriscatole portati sulla scia delle parole di Grillo: «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno». Qualcuno ha raccontato di senatori in lacrime, di litigi e divisioni. Certo è che questa volta le mosse di Bersani hanno messo alle corde il Movimento e aperto un po’ gli occhi ai senatori di M5S su come funziona la politica. E il capogruppo-portavoce Vito Crimi in serata ha rilasciato una dichiarazione che dà la misura dei maldipancia nel movimento: «Avevamo deciso all’unanimità di non votare Schifani, qualcuno ha poi agito secondo coscienza. Certo è che il Pd ha la presidenza di due Camere, è come Berlusconi». Poco elegante per un capogruppo sconfessato al primo esame vero. E se Grasso dunque è il primo nella storia a incassare voti dal M5S in una sede istituzionale, il comportamento di Lista Civica di Mario Monti ha sollevato non poche perplessità. Di pessimo umore per lo stop sulla presidenza del Senato ricevuto da Napolitano l’altro ieri sera, il premier in carica si è irrigidito ed ha mandato avanti il senatore Olivero a spiegare qualcosa di difficile comprensione: «Nella situazione politica e istituzionale del Paese – ha detto Olivero – Scelta civica ritiene che anche sugli assetti di vertice non si possa rispondere solo a logiche di parte, ma serve una coraggiosa impostazione riformatrice». Per poi concludere: «Ecco perché abbiamo deciso di votare scheda bianca nel prossimo ballottaggio tra Grasso e Schifani». Sconcerto generale, e il più perplesso sarà stato Bersani che aveva già avuto modo di criticare il comportamento di Monti, protagonista di «un disimpegno sorprendente».