Riunione agitata. I siciliani: se torniamo a casa e ha vinto Schifani, ci sputano in faccia. Polemica per la mancata diretta della riunione
ROMA Alla fine la scatoletta di tonno sono sembrati loro. Scardinati con l’apriscatola, lacerati, divisi e urlanti. Una giornata che ha segnato i grillini e che vorrà dire molto anche per il futuro. E che a tarda sera ancora li teneva impegnati a immaginare una ripartenza ricucendo gli strappi e gli insulti che pure sono volati. Che le cose non si stessero mettendo bene lo si è capito subito, poco dopo le 14.30. Quando dopo la terza votazione i 53 senatori grillini, cancellata l’idea della diretta streaming, si sono chiusi la porta alle spalle, al terzo piano di palazzo Madama. «Io non voterò mai per un mafioso...!», si è sentito distintamente. E a seguire l’applauso, quasi un tifo. Persino il commesso messo lì perché nessuno dei cronisti origliasse alla porta ha sollevato impotente le braccia. S’è saputo poi che l’arrabbiatura dei senatori grillini era doppia. Contro il capogruppo Vito Crimi che anziché riportare la decisione finale, - «come da bravo portavoce avrebbe dovuto fare» - aveva suggerito la linea, cioè quello che ha poi annunciato: la scelta di votare scheda bianca o nulla al ballottaggio.
SICILIANI IN RIVOLTA
Ma chi ha veramente alzato i toni sono stati i sei senatori siciliani, Mario Michele Giarrusso, Vincenzo Santangelo, Nunzia Catalfo, Fabrizio Bocchino e Ornella Bertorotta. «Se vince Schifani quando torniamo ci fanno un mazzo così, ci sputano addosso». Più che una dichiarazione di voto a molti è sembrata una sollevazione, l’indicazione contro «quel vincolo imposto dall’alto». Un ammutinamento che si potrebbe ripetere. Quando sono arrivati i panini e la porta della stanza si è aperta le facce scure si sprecavano. La pressione è aumentata quando su Facebook qualcuno ha raccolto l’appello di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso a Palermo dalla mafia, perché si evitasse in tutti i modi - come la peste - l’elezione di Schifani.
LE SIRENE
Quando si è deciso di votare per alzata di mano qualcuno (Vito Rosario Petrocelli) era già uscito lasciando furente la sala della X Commissione rincorso dai cronisti fin dentro l’ascensore. Una penosa processione di silenzi e imbarazzi. Proseguita dopo il voto quando il gruppo è tornato a riunirsi sia pure a ranghi ridotti e al termine del quale si è fatta sentire la voce di Grillo: «Nella votazione» «per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso - azzarda Grillo - l'eletto deve rispondere delle sua azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il M5S, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarino il loro voto». Grillo nulla ha da dire sulle numerose riunione riservate e non mandate in streaming, ma aggiunge che nel codice di comportamento «sottoscritto liberamente da tutti i candidati, al punto Trasparenza è citato: ”Votazioni in Aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S”. Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze»
GRASSO SI’ TAV
Resta il fatto che ieri c’è stato un momento in cui il partito della scheda bianca, del «né aderire né sabotare», il motto mutuato dalla Seconda Internazionale prima che scoppiasse la guerra mondiale, stava per aver il sopravvento. È stato quando in sostegno di Crimi sono intervenuti i «No Tav» o meglio l’ala più legata alle lotte della Val di Susa (dove il prossimo 23 marzo i parlamentari a 5 Stelle non a caso andranno). Ai suoi Marco Scibona, uno dei leader eletto in Piemonte, ha ricordato che Pietro Grasso era in fondo espressione del Pd e che il Pd è in buona sostanza il partito del «Sì Tav», ma non è bastato a tacitare la fronda. E neanche a chiarire le idee a Luis Alberto Orellana, il candidato di bandiera che nella terza votazione della mattina aveva riportato 52 voti. «La linea ufficiale - ha detto Orellana entrando in Aula - è non votare nessuno, oppure scheda bianca o nulla, non ricordo». Per poi aggiungere che «se il voto è segreto la questione di coscienza c’è sempre». E infatti c’è pure chi aveva proposto di non entrare. Che a quel punto sarebbe stato un «non voto» palese. E a proclamazione avvenuta, i dubbi non facevano che aumentare. «Io non l’ho votato, io sono una grillina...», rivendicava Paola Taverna prima che iniziasse a tarda sera l’ennesimo vertice. Una lunga notte.