ROMA «Non la commento, non me la fate commentare». Silvio Berlusconi fa il gesto di complimentarsi con il neopresidente del Senato, Piero Grasso. E riesce a ostentare sicurezza e pure allegria, ma se ne va via tirato, scuro in volto, da palazzo Madama. Per lui è stata una vera giornata no. Era sbarcato a Roma, solo poche ore prima, convinto di riuscire nel colpo gobbo. Lo stesso del 1994, quando il Senato elesse per un voto il suo candidato, Carlo Scognamiglio, contro Giovanni Spadolini, assicurandogli subito dopo il governo. Niente da fare. Il tentativo di agganciare Monti non è riuscito («ci hanno proposto cose oscene», sostiene malizioso Gasparri), ma resta che il risultato uscito da Camera e Senato è il peggiore possibile, per il Cav. Il ticket dei neopresidenti (Boldrini e Grasso) è visto, in ispecie Grasso, alla stregua di una «provocazione».
IN GUERRA CON LE PROCURE
Berlusconi già stava vivendo queste giornate e mesi come un assedio, da parte dei giudici, anche se si tratta – ci tiene a specificare – «di quelli ideologizzati e eversivi di Milano e di Magistratura democratica» contro i quali – annuncia – «chiederò una commissione d’inchiesta per svelare e provare al Paese le loro trame eversive». A nulla è valsa la nota dell’Associazione nazionale Magistrati dove si ribadisce «che tutti i magistrati sono fedeli alla Costituzione». Il Cav è convinto infatti che la ventennale guerra tra lui e le procure di mezz’Italia sia giunto allo scontro finale e i pm stiano per usare l’arma fine di mondo: spedirlo in galera. Ecco perché dice, sfogandosi con i suoi a tarda sera quando lascia palazzo Madama, che «dietro Bersani c’è il partito delle procure. Dobbiamo impedirgli di prendere il potere e tornare a votare al più presto, a giugno. La vittoria stavolta sarebbe nostra, visto che tutti i sondaggi ci dicono che siamo in testa». Anche se – riconoscerà poi – «Pdl e Pd sono forti, hanno il 30%, Monti con il suo 10 è ininfluente».
E’ però quando Berlusconi arriva a palazzo Madama che si scatena il caos. Fischi e urla, al grido di «buffone!».
ENTRATA SECONDARIA
Sicurezza e commessi provano a farlo passare da un’entrata laterale, quella che da su largo San Luigi dei Francesi, ma non c’è niente da fare. Il Cav, coperto da un cappotto e con gli occhiali scuri sul viso, sta per tirare dritto, poi ci ripensa, si gira, punta la folla e, facendosi largo tra carabinieri e giornalisti, urla ai giovani contestatori il suo secco «Vergognatevi!». Poco dopo il suo giudizio sui militanti visti lì fuori e che ritiene essere tutti dei grillini è durissimo: «Sono una setta, come Scientology, e antidemocratici, la situazione è molto grave. Non dovrebbe nemmeno essere ammessa tra i partiti democratici per le regole che ha o non ha». Poi s’infila nel portone di palazzo Madama e, almeno lì, quando si siede tra i banchi, è accolto dal calore dei suoi senatori. I quali lo attorniano, lo abbracciano, se lo coccolano e ridono di gusto a ognuna delle sue battute.
Seduto in prima fila, sguardo pensieroso e assente, vicino a lui c’è sempre e solo la giovane neosenatrice Maria Rosaria Rossi. E’ ora di votare. Un po’ a rilento, il neosenatore Berlusconi, che ha optato per la circoscrizione Molise (facendo però perdere, in tal modo, un seggio proprio per il suo Pdl), lo fa. Dopo, non gli resta che attendere l’esito dello scrutinio.
LA VERA PARTITA
Non applaude, come tutto il Pdl, la proclamazione di Grasso, si attarda nell’emiciclo a chiacchierare ancora un po’, poi va via con la fidata Rossi. «Sono venuto per votare Schifani – dirà uscendo – ma poco importa com’è andata, siamo solo all’inizio». Già. Ora, infatti, parte la partita vera, quella per il Quirinale, l’unica che interessa davvero al Cavaliere. Il quale, si dice, avrebbe puntato su un solo nome e coperto: non D’Alema, ma Franco Marini, ex leader della Cisl, cattolico del Pd, non rieletto al Senato, di cui è stato presidente, ma candidabile e di sicura garanzia anche agli occhi di Berlusconi.