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Pescara, 22/03/2026
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Data: 22/03/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il leader: con il Pdl già dato, no a un esecutivo qualunque. La mossa di Grasso: pronto per il Paese. Il presidente del Senato poi precisa: la mia disponibilità non sia fraintesa.

ROMA «La governabilità non è un valore assoluto. E dalle elezioni è venuta una chiara richiesta di cambiamento. Siamo pronti a farlo con chi ci sta ma solo noi abbiamo i numeri per poterci provare». Nell’analisi che ieri pomeriggio Pier Luigi Bersani ha compiuto al Quirinale, davanti ad un capo dello Stato giunto alla seconda e faticosa giornata di consultazioni, non c’è stato spazio per le posizioni dei partiti che lo hanno preceduto. Tantomeno per le liturgie interne al Pd, nel quale da tempo si annida una corposa fronda che nervosamente attende che maturi l’insuccesso del suo segretario. Bersani però non molla e ieri lo ha reso esplicito sia durante che dopo l’incontro con il capo dello Stato al quale i capigruppo Zanda e Speranza hanno illustrato gli otto punti di programma.
PIAGHE
«Se alcune di queste cose le avessimo fatte lo scorso anno non ci troveremmo a questo punto e forse ora tutto sarebbe più facile». Il dito nella piaga della strana maggioranza che ha sorretto il governo Monti, il segretario del Pd lo ha messo più volte assumendosi la responsabilità per aver composto quell’ABC sotto il quale alla fine è naufragata anche la formula del governo-tecnico. Errori che Bersani, nella sua analisi a volte dura, spiega di non voler ripetere «perché non solo i miei elettori non capirebbero, ma non capirebbe neanche il Paese». Nella rete della contraddizione che Grillo ha predisposto sperando che Pdl e Pd vi finiscano di nuovo dentro, Bersani spiega di non voler cadere di nuovo anche se condivide la preoccupazione del capo dello Stato per la governabilità e per l’attuale legge elettorale. «La strada è stretta, ma non ne vedo altre più larghe», ha ripetuto anche ieri mettendo in fila i tanti ”no” del Pdl a trazione berlusconiana. Il Cavaliere non è mai entrato direttamente nei colloqui, ma i riferimenti del segretario del Pd «alle tante giravolte della destra» sono stati ripetuti. Mentre una «terra incognita», per dirla con Vendola, è risultato al capo dello Stato il M5S che si barrica dietro a una serie di ”no” e «conta che noi diamo fuoco alla polveriera che c’è lì fuori mettendo in campo un governo inutile paralizzato in partenza». Quel «tocca a noi» provarci, affermato con forza poche ore dopo un risultato elettorale tutt’altro che atteso, Bersani non l’ha declinato. Tantomeno riferito a se stesso, ma è difficile che un incarico di governo, sulla natura del quale Bersani non si impicca, possa prescindere da colui che qualche giorno fa fatto incassare al neo capogruppo Speranza 200 voti. Comincerà da oggi la lunga traversata nel deserto del segretario del Pd per formare il suo governo. Una trattativa che dovrà riempirsi di nomi di supercompetenti ministri che possano piacere agli eletti e alla base del M5S e non urtare la sensibilità del Pdl. La scarsa voglia che serpeggia in tutti i gruppi per un possibile ritorno a breve alle urne aiuterà non poco il segretario del Pd che, ricevuto l’incarico, privilegerà il dialogo con i gruppi parlamentari a quello con i leader di partito. Nella conferenza stampa successiva all’incontro con Napolitano, Bersani non ha mai citato Berlusconi, ma alla destra ha attribuito la responsabilità di «aver impedito il cambiamento». Di fatto una sorta di invito al centrodestra a prescindere da Berlusconi che rischia così di restare ai margini delle trattative. Non ci sono mai stati piani B nella testa di Bersani. Così come esclude trattative parallele se non congiunte, tra la formazione del governo e il Quirinale. Semmai una maggioranza riuscirà a prendere quota, sarà probabilmente la stessa che eleggerà il nuovo capo dello Stato. Se invece non si riuscirà a metter su un governo, al Pd sarà più facile mostrarsi l’azionista di maggioranza per una scelta che a quel punto avverrà senza che al Nazareno possano imputare di aver fatto «l’asso pigliatutto».
ROTTAMAZIONE
Quella che nel Pd definiscono «rottamazione silenziosa di Berlusconi», non prevede voti in giunta per l’arresto o per l’ineleggibilità, ma una marginalizzazione politica del Cavaliere «alla quale - si prevede - reagirà con la richiesta di voto anticipato. Anche a luglio». Riforme economiche, tagli ai costi della politica, ma anche una stagione di riforme istituzionali da fare con tutti. Lega compresa, alla quale il Senato delle autonomie è sempre piaciuto. Ovviamente sono però i grillini l’obiettivo di Bersani. La strategia dell’inclusione degli oltre 150 parlamentari a 5stelle è evidente non certo per il fatto che qualcuno di loro già pranza al ristorante della Camera, ma soprattutto per ciò che è successo con l’elezione dei presidenti delle Camere. La sfida partirà oggi. Il tentativo non sarà breve e nemmeno facile e per tutto il suo corso sarà accompagnato dallo spettro del voto.

La mossa di Grasso: pronto per il Paese. Il presidente del Senato poi precisa: la mia disponibilità non sia fraintesa.
Lite con Travaglio: «Lo sfido in tv»Annuncia il dimezzamento di scorta e stipendio, da 18 mila a 9 mila euro al mese. E Boldrini fa lo stesso alla Camera

ROMA «Sono pronto a tutto», scandisce Pietro Grasso a precisa domanda su un eventuale incarico per formare il governo. Panico dalle parti del Pd, tuttora impegnato con il suo segretario a condurlo lui, il tentativo. Ci si mette pure l’equivoco, come se non bastasse, di un twitt di Pierluigi Bersani che recita «caro Pietro, la corsa si è fermata, grazie di tutto», accidenti, il leader democrat dà il benservito all’ex procuratore antimafia, pensano in tanti, ma subito si chiarisce che si riferiva a Pietro Mennea, non a Piero Grasso, e la vicenda è archiviata, almeno questa. Chiarisce pure il presidente del Senato, che di lì a poco precisa che quel «pronto a tutto» non era riferito a incarichi più o meno esplorativi o a guide di governi più o meno di unità nazionale, bensì al fatto che «un servitore dello Stato non può che essere sempre disponibile, le mie frasi non vanno interpretate in maniera distorta».
L’ANNUNCIO

Ma è solo l’assaggio, della giornata da protagonista di Grasso. Chiarito e archiviato il «pronto a tutto», il numero uno di palazzo Madama fa un altro annuncio a effetto, questa volta non interpretabile e non fraintendibile: il presidente del Senato si dimezza lo stipendio, la scorta, i benefit. E non lo fa solo con le parole e le percentuali, Grasso fornisce cifre e capitoli di spese. Annuncia: «Fatte salve le indennità irrinunciabili, ho deciso di tagliare tutto il resto dello stipendio passando da 18.600 euro netti a 9.000 euro netti». Segue una serie di rinunce di benefit, «rinuncio anche agli appartamenti e procederò al dimezzamento della scorta che dal maxiprocesso in poi per me è stata non un privilegio ma una dolorosa necessità», spiegando che «si deve partire dando l’esempio». Spiega ancora, il presidente del Senato, di non aver gradito le ironie o i dubbi di qualcuno (Grillo) sul suo primo annuncio di tagli del 30 per cento, «si è scatenata una rincorsa di cifre» evidentemente poco encomiabile, e Grasso ha deciso di chiarire, «il Senato dev’essere una casa di vetro e così dovrà essere». Anche da Montecitorio, stesse decisioni riguardanti la presidente Laura Boldrini, che dopo una breve visita di saluto in sala stampa, attraverso una lettera al segretario generale della Camera ha comunicato di dimezzarsi gli emolumenti, rinunciando anche lei all’appartamento e al rimborso delle spese di viaggio e telefoniche. Poi la lite con Marco Travaglio a «Servizio Pubblico»: «Invito Travaglio che ha rivolto contro di me accuse infamanti ad un confronto tv con tanto di carte alla mano, soprattutto riguardo alla nomina di capo antimafia», tuona il presidente del Senato.
CON BERSANI POCHI CONTATTI

Il nome di Grasso, comunque, nel Palazzo e immediati dintorni è risuonato anche per altri motivi. Da giorni gira voce di un suo eventuale incarico, i deputati non solo del Pd ne parlano apertamente, quasi che Bersani, inconsapevolmente, lavorando per sé in realtà abbia spianato la strada per l’ex procuratore. I rapporti tra i due sono formali, al limite della diplomazia, pare che si diano del «lei», dopo che è stato proprio il leader del Pd a cercare Grasso in Sicilia per proporgli la candidatura alle elezioni, nata proprio nel contesto del voto per l’isola, quando il nome di Grasso girò tra i papabili ma poi si approdò a Crocetta. Bersani, racconta chi ha partecipato ai contatti, pensava di fare di Grasso il futuro presidente dell’Antimafia, ma poi le circostanze e l’astuzia della provvidenza hanno tracciato un altro percorso e un altro approdo. Grasso è stato candidato nel Lazio, e quando si presentò al Nazareno chiedendo «ditemi che cosa devo fare, non sono del mestiere», fu preso in benevola consegna da Stefano Ditraglia, il portavoce di Bersani con il quale è diventato amicone, e gli fu assegnata una stanza del Nazareno, quella che era stata di Francesco Rutelli. Da quando è assurto allo scranno più alto di palazzo Madama, i contatti con Bersani si sono diradati. Se le loro strade torneranno a incrociarsi, è molto probabile, anche se qualcuno dei piani alti del Nazareno, originario dell’isola, fa notare che per diventare premier ci vogliono delle precise connotazioni attitudini conoscenze esperienze, «e nuddu nasci ’nsignatu», nessuno nasce già preparato, fanno presente in siciliano al siciliano Grasso.

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