SULMONA Lei, Paola Pelino, ex deputato e attuale senatrice della Repubblica, fedele seguace del presidente Berlusconi, lo definisce «ciarpame politico, una questione privata strumentalizzata dalla sinistra per screditarmi, una vicenda che verrà chiarita il prossimo 26 marzo quando si discuterà la causa in Corte d'Appello all'Aquila».
Anche se poi, martedì prossimo, nel capoluogo di regione si discuterà della sua richiesta di sospendere il pagamento, nei fatti già esecutivo, e non del secondo grado di giudizio del processo, per il quale verosimilmente ci vorrà del tempo. Troppo tempo per l'esercente pescarese che chiede il pagamento degli abiti che la parlamentare ha acquistato nel suo negozio, intenzionata a recuperare i suoi soldi subito, vista anche la crisi economica contro cui la Pelino e l'intero Parlamento avrebbero dovuto forse fare qualcosa in più.
LA SENTENZA
Al momento, d'altronde, alla commerciante danno ragione le carte, le uniche a parlare chiaro, quelle del Tribunale di Pescara che il 28 novembre scorso ha emesso una sentenza di primo grado, e non «un'ingiunzione di pagamento» come sostenuto dalla parlamentare, perché saldi il conto di una boutique di via Nicola Fabrizi a Pescara: in tutto 13.136 euro, di cui 11.136 di abiti di marca. Acquistati senza passare per la cassa.
Così ha deciso il giudice Chiara Serafini, davanti alla quale la senatrice, chiamata ad interrogatorio, non si è neanche presentata. A testimoniare come sono andati i fatti ci sono però le testimonianze di almeno due persone, a cui la sera del 30 ottobre del 2009 non sfuggì la sete di acquisti della Pelino che, nella boutique pescarese, si rifece mezzo guardaroba.
Merce consegnata quattro giorni dopo in un hotel del capoluogo adriatico, con la promessa della parlamentare di passare a pagare il giorno successivo. Dopo quasi tre anni e mezzo, però, «la libretta» in via Nicola Fabrizi è ancora aperta e il suo contenuto è anzi esploso nel prevedibile fragore.
«IRREGOLARITA’ FISCALI»
«Non ho pagato perché ho riscontrato delle irregolarità fiscali e perché non ritengo congruo il conto -spiega l'imprenditrice scesa in politica tre legislature fa- e non capisco cosa ci sia di interessante nell'indagare su una questione privata, una causa civile. Le finalità politiche sono evidenti e io d'altronde non ho intenzione di sottrarmi alla vicenda, aspetto solo che si chiarisca in fase di giudizio».
«Per gli avvocati dell'esercente, Fabio Abbruzzese e Paolo Cacciagrano, però, «le vendite alla senatrice sono avvenute in ossequio alla disciplina tributaria» e a dimostrarlo ci sarebbe una cospicua documentazione prodotta agli atti e su cui il giudice si è basato per emettere la sua sentenza.
Una citazione in giudizio come altre, per insolvenza contrattuale; solo che se, se non la firma, almeno la parola, questa volta era o avrebbe dovuto essere... «onorevole».