Il presidente incaricato presenterà anche la sua squadra Fra i nomi, anche don Ciotti, l’economista Tinagli, Barca
ROMA E’ il fattore tempo, ancora più che l’incarico esplorativo, il primo vero ostacolo sulla strada di Pier Luigi Bersani. Il segretario del Pd si è già messo a lavorare pancia a terra per le sue consultazioni per formare un esecutivo che anche nel suo partito, nella strettissima cerchia dei fedelissiimi, considerano un’impresa quasi disperata. Vedrà partiti e forze sociali, sindacati e imprese, colloqui necessari, precisa, per avere il polso della reale situazione economica, non una manovra per prendere tempo. Il colloquio con Giorgio Napolitano non ha lasciato spazio a nessuna ipotesi dilatoria. Il suo mandato per andarsi a trovare una maggioranza in Senato pronta a sostenere il suo «governo di cambiamento» è breve, brevissimo. E l’ottimismo della volontà sfoggiato giovedì, che gli aveva fatto confessare «ragazzi ce la possiamo fare» sembra archiviato. Soprattutto ora che da Grillo arriva un nuovo niet. Il leader di 5 Stelle, l’unico partito al quale Bersani ha chiesto un sostegno, spera di evitare a breve il ritorno alle urne ma l’idea di votare la fiducia a un governo Bersani non lo sfiora minimamente. «Ci sarà un accordo sicuramente tra di loro, quella che fanno Pd e Pdl è solo una manfrina ma ora devono fare un accordo alla luce del sole, l’accordo lo fanno e sono morti politicamente: dicono siamo costretti a farlo e danno la responsabilità a noi», dice il comico alla tv Turca. Il capo dello Stato è stato molto chiaro con il segretario democratico, sia in privato che in pubblico. Il tempo stringe, gli ha fatto capire Napolitano, chiedendogli addirittura di tornare al Colle entro lunedì per illustrargli l’esito dei suoi incontri con le altre forze politiche e dirgli se ha, o meno, i numeri per andare in Parlamento. Ma l’impresa sembra davvero impossibile: il segretario infatti conferma quanto è andato dichiarando fin dalla campagna elettorale: mai più un governo con il Pdl. Anche se all’interno del partito una fronda potrebbe aprirsi fra i seguaci di Renzi e Franceschini. Con il centrodestra, pensa invece Bersani, si può discutere di riforme, non governare insieme. E salvo un ripensamento al momento inverosimile dei grillini, il segretario del Pd i numeri non li troverà. Neanche proponendo per il suo esecutivo nomi di grandissimo prestigio, capaci di trovare simpatie e consensi anche tra i 5 stelle. Tentando di riproporre il modello Boldrini-Grasso per le Camere. I nomi immaginati? Da Fabrizio Barca a Stefano Rodotà, dall’inventore dello slow food Carlo Petrini all’economista Irene Tinagli a don Luigi Ciotti. Bersani infatti ha pensato a un governo sobrio fin dai numeri: otto, dieci ministri in tutto. Fondamentale la casella del ministro dello Sviluppo. Il segretario del Pd infatti è convinto che per la ripresa sia questa la scelta decisiva. Non più più un superministro dell’Economia ma un tandem Ecomonia-Sviluppo per far ripartire il Paese e magari metterlo in sicurezza cominciando a mettere a norma scuole e città. La sua sfida però rischia di non cominciare neanche. E Bersani ne è consapevole. Lui è rimasto a quanto approvato dall’ultima direzione del Pd: nessun piano B, un solo piano A, un governo aperto a 5 Stelle. L’elezione di Grasso ha aperto una breccia nel Movimento grillino tanto che una dozzina di senatori lo hanno votato pur di non ritrovarsi Schifani alla presidenza del Senato. Ma l’operazione non si ripeterà per il governo. Grillo è stato netto: nessuna fiducia nè a Bersani nè a governi tecnici con le solite «foglie di fico». Dunque o il segretario del Pd accetterà la disponibilità, ribadita ancora ieri, del Pdl per un governo di larghe intese o sarà costretto a rimettere il suo mandato. Napolitano anche in questo caso è stato chiarissimo: se non avrà i numeri Bersani non andrà in Parlamento. Il pallino dunque tornerà nella mani del capo dello Stato che tenterà la carta di un “governo del presidente” sul quale già si ipotizza una dolorosissima spaccatura del Pd.