ROMA «Le consultazioni non sono state risolutive». Pier Luigi Bersani ammette che il suo tentativo di fare un governo è fallito ma non getta la spugna. E al termine di un burrascoso incontro di un’ora e un quarto con Giorgio Napolitano fa diffondere una nota dal Pd in cui precisa che non ha rimesso il suo mandato di presidente incaricato. Il capo dello Stato, preso atto dell’esito delle consultazioni, oggi avvierà consultazioni lampo, una «iniziativa per accertare personalmente gli sviluppi possibili del quadro politico istituzionale», dice Donato Marra il segretario generale del Quirinale. Dunque per ora l’incarico a Bersani è «congelato». Ma il secondo giro del capo dello Stato sarà molto veloce: si parte questa mattina alle 11 con Pdl e Lega per chiudere alle 18 con la delegazione Pd. La palla dunque torna nelle mani del capo dello Stato. «A Napolitino ho descritto anche la difficoltà derivate dalle preclusioni o condizioni che non ho ritenuto accettabili, ho illustrato elementi di comprensione anche positivi attorno ad alcuni punti», racconta Bersani ai cronisti dopo l’incontro con il presidente. Dietro le dichiarazioni di circostanza del segretario democratico c’è tutta la tensione accumulata in questi giorni. E c’è l’insofferenza del leader Pd per le mosse future del capo dello Stato. Se infatti anche Napolitano non farà superare alle forze politiche il gioco di veti incrociati che ha impedito a Bersani di formare il suo «governo del cambiamento», il presidente cercherà di varare comunque un governo di scopo che possa trovare su alcuni punti essenziali il sostegno delle forze politiche. E già circolano nomi come quello di Maurizio Saccomanni, direttore generale di Banca d’Italia o Giuliano Amato. Ma anche il tentativo di varare un governo del Presidente è in salita. Ieri Bersani lo ha detto esplicitamente a Napolitano. Il segretario del Pd ha inzialmente chiesto con forza al presidente di poter andare alle Camere per verificare se davvero il suo governo non ha i voti di fiducia per decollare. Napolitano però sarebbe stato irremovibile: al Senato non hai la maggioranza, dunque non ha senso, tanto più ora che anche Scelta Civica si è sfilata, dopo che Silvio Berlusconi ha cominciato a dettare le sue condizioni sul nome del futuro presidente della Repubblica. Ma Bersani questa volta è stato irremovibile. Al capo dello Stato il segretario del Pd avrebbe detto che il suo partito non accetta altre candidature oltre la sua. Quanto all’atteggiamento del Pd su un ipotetico governo del Presidente, Bersani ha anticipato che questa volta i democrat non sono pronti, come è stato nel caso di Mario Monti, a digerire qualsiasi boccone amaro in nome del senso di responsabilità. Insomma non è detto che di fronte al fallimento del tentativo di Pier Luigi Bersani il Pd non sia pronto a tornare il più presto possibile al voto. Tutto il Pd è compatto su questa linea? Non è detto. Ma oggi la trincea è ancora questa. E anche se alla fine un governo del Presidente dovesse nascere, magari anche con la fiducia dei democrat, il Pd non farà parte della maggioranza, riservandosi di votare, un po’ sul modello dei grillini, solo i provvedimenti che riterrà opportuni. Ma la partita decisiva che si sta giocando non è solo quella del governo. In ballo c’è anche la scelta del successore di Giorgio Napolitano e i democrat, tanto più dopo il tentativo di Berlusconi di condizionare il via libera a Bersani alla nomina di un presidente di centrodestra, potrebbero essere spinti a non cercare più convergenze su un nome condiviso. Grazie al Porcellum il centrosinistra ha una schiacciante maggioranza a Montecitorio che potrebbe portare al Quirinale Romano Prodi, magari con il sostegno di 5 Stelle.