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Data: 29/03/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Resa dei conti nel Pd tra urne subito o esecutivo tecnico. Linea dura di Berlusconi: il Colle o si vota

Bersani: nel caso, non andremo oltre l’astensione
E deve fare i conti con la scarsa voglia dei suoi di rivotare

ROMA Un giro di telefonate con i big del partito, un incontro con Enrico Letta, che oggi con i capigruppo Zanda e Speranza, si recherà al Quirinale. Dopo il non facile e teso colloquio al Quirinale, Pier Luigi Bersani ha cercato e ottenuto la solidarietà del partito. Per ora. Almeno fin quando non si esaurirà definitivamente l’incarico che il segretario del Pd ha ricevuto una settimana fa. Un altro giorno ancora, quindi, per vedere se e come il Pd si mostrerà compatto sul ”governo del presidente”, che Napolitano potrebbe proporre alle forze politiche qualora verificasse che lo stallo si è creato proprio sul nome stesso di Bersani.
Ieri il segretario del Pd è stato molto chiaro con il capo dello Stato: «Noi con Berlusconi, basta». Ciò non toglie che il Pd farebbe comunque partire un governo tecnico o del presidente, ma senza un sostegno esplicito, «al massimo con l’astensione» e poi «mani libere sull’elezione del nuovo capo dello Stato». Napolitano, d’altronde, come invece continua a sperare buona parte del Pdl, non ha nessuna intenzione di fare un nuovo settennato. Al punto che ora in via dell’Umiltà si ragiona «su un’elezione a tempo. Un paio d’anni per rifare una legge elettorale in senso semi presidenzialista». Ragionamenti e speranze che rischiano di fare i conti con un clima sempre più avvelenato e che potrebbe peggiorare se il Pd, in mancanza del governo, dovesse decidere di eleggere il nuovo capo dello Stato a colpi di maggioranza.
TENSIONE
Nel Pd la tensione è fortissima e la voglia di tornare al voto entro brevissimo tempo - magari a giugno, come sperano in molti nel Pdl - è bassissima. E’ probabile che Bersani decida di convocare una nuova direzione in settimana in modo da verificare sino a che punto siano disposti a spingersi coloro che intendono dare un governo al Paese «perché - come spiega un senatore - con questa legge elettorale abbiamo un dovere in più». Il dibattito interno è però fermo in attesa di capire in che direzione si muoverà il capo dello Stato, anche se c’è già il sindaco di Firenze che scalda i muscoli e che, sul fallimento di Bersani, è pronto a proporsi come candidato premier, ma ha bisogno di qualche mese ancora ed è per questo che vorrebbe si arrivasse ad un’intesa con il Pdl per un governo che traghetti il Paese fino ad ottobre. Il segretario del Pd, non sembra però disposto a farsi da parte e sul «mai con Berlusconi» intende giocare ancora la sua partita e dalla sua ha Rosy Bindi che ieri ha sostenuto che è pronta a dimettersi da presidente del Pd in caso di governissimo.
Alla fine però al Nazareno sanno che una forma di intesa con il Pdl la si dovrà trovare. Anche perché nel partito c’è chi è pronto a rinfacciare al segretario «l’inutile rincorsa dei grillini».

Linea dura di Berlusconi: il Colle o si vota
Il Cavaliere oggi dal capo dello Stato ribadirà le condizioni del centrodestra. Pressing nel partito per elezioni a giugno

ROMA «Bersani non è uscito da un vicolo cieco. Dobbiamo evitare che ci finisca l’Italia. La nostra linea è stata costruttiva e chiara e non cambierà. Domani incontreremo fiduciosi il presidente Napolitano». Il solco pidellino lo traccia, con un tweet a tarda sera, il segretario Angelino Alfano, ma l’aratro è quello del Cavaliere. «O me oppure Gianni Letta, dopo di te, caro Giorgio, al Colle, oppure per noi è meglio tornare, e presto, al voto. E basta con Bersani, un pugile suonato che ci ha fatto solo perdere tempo prezioso». Sarà questo non certo il tono, ma la sostanza delle considerazioni che stamattina Silvio Berlusconi porterà al Quirinale dove si recherà di persona a capo della delegazione del Pdlinsieme a Roberto Maroni.
LA CONVENZIONE

A Berlusconi della presidenza di bicameraline per le riforme istituzionali o marchingegni simili non importa un bel nulla. Il fronte delle colombe, per non dire due persone di massima fiducia del Cavaliere, come Denis Verdini e Gianni Letta, ha cercato fino all’ultimo di dissuadere il Capo dall’alzare troppo la posta, ma Berlusconi non si è mai fidato. Di alcuni di loro e delle loro possibili ambizioni personali, ma soprattutto di Bersani e del suo carattere che ha giudicato, in tutta questa fase, «debole, incerto, instabile». Per dirla con Anna Maria Bernini: «Bersani si è dimostrato testardo, sordo e cieco». Dentro al Pd, del resto, Berlusconi si fida solo di due persone, Luciano Violante e Massimo D’Alema. Ergo, il Pd è guidato da gente «inaffidabile», con loro il dialogo è «impossibile» e chi, nel Pdl, ancora lo persegue già viene additato dai falchi alla stregua di un traditore. Quale sarà il terreno sul quale si attesterà, però, una volta archiviato per sempre, oggi, la pratica Bersani, l’esercito guidato dal Cavaliere non è ancora chiaro.
VOGLIA DI URNE

C’è chi giura e spergiura – amazzoni in testa - che Berlusconi vuole solo andare a votare, e al più presto, per sfruttare l’onda, a lui favorevole, dei sondaggi e trattando solo e seriamente sul nuovo inquilino del Quirinale per strappare un nome di alta garanzia (e affidabilità), per lui. Anche perché il rischio vero è che un Pd allo sbando, ma incattivito, punti a mettere un proprio candidato al Colle, che lì resterebbe per i prossimi sette anni. Per questo nel Pdl c’è pure chi insiste a dire che bisogna favorire un governo «di scopo» o «del Presidente», chiunque sia a guidarlo, purché garantisca poche ma chiare cose, sempre le stesse: ministri alla Giustizia e allo Sviluppo economico non ostili (specie il primo), provvedimenti economici a favore di famiglie, imprese e redditi (Imu, Ires, Tars), come promesso dal Pdl in campagna elettorale e una cornice in cui lavorare alle riforme istituzionali (legge elettorale in testa). Pochi mesi, sei-otto al massimo, per un tale governo, poi di nuovo al voto. Si vedrà.
ESULTANZA AZZURRA

Ieri sera, intanto, le agenzie rigurgitavano di comunicati di esponenti pidellini. Tutti festanti per il fallimento di Bersani contro cui Daniela Santanché urlava, via Twitter, il suo «basta con l’accanimento terapeutico». Anche Renato Schifani attacca «l’ostinazione» di Bersani e confida nella «saggezza di Napolitano» mentre Fabrizio Cicchitto sottolinea: «Non abbiamo preclusioni personali, non le accettiamo verso di noi».

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