La crisi italiana che spaventa l’Europa si placa ieri mattina all’ora di pranzo, quando Napolitano sgombra il campo dall’ipotesi dimissioni, ricevendo il pronto plauso della Commissione europea e del «Wall Street Journal», che pure definisce «insolita» la soluzione individuata. Peraltro, se quelle dimissioni si fossero concretizzate, avrebbero precipitato l’Italia nel gorgo degli spread, senza alcun effetto sulle scansioni temporali: occorrono infatti due settimane prima che si proceda ad eleggere un nuovo presidente, in caso di dimissioni. E si sarebbe arrivati a quel 15 aprile in cui il calendario costituzionale già fissa la partenza dell’iter per l’elezione del nuovo Capo dello Stato.
Un governo in Italia c’è, è quello di Mario Monti «del resto mai sfiduciato dal Parlamento», dice Napolitano leggendo i due fogli di carta che, arrivando, ha sventolato ai giornalisti con un «invece della colomba di Pasqua vi ho portato questo». Lo schema è chiaro: Monti è al suo posto, il prossimo Presidente della Repubblica «non sarà in semestre bianco», ovvero avrà il potere di scioglimento delle Camere da agire come una leva per indurre le riluttanti forze politiche a dare il via libera a un governo.
Ma c’è un’idea in più, che merita quell’«insolito» del WSJ, e non a torto perché si tratta di qualcosa di olandese: due commissioni ad hoc, dove si possa stemperare l’ostilità di forze politiche che si sono combattute all’arma bianca nell’epoca del bipolarismo muscolare, sui temi delle riforme istituzionali e della legge elettorale, e delle riforme economiche. La composizione delle due commissioni è rimandata al pomeriggio, ma mentre ne parla Napolitano sa già che non si tratta di due Costituenti tascabili, annoverando politici stimabili ma non di primissimo piano, e che sono già stati sherpa abili di ottime mediazioni riformatrici che poi però, appena arrivate sul tavolo dei politici, sono prontamente finite nel cestino. E ciononostante il «modello olandese» affascina, sembra a prima vista qualcosa in più del modello delle famose «commissioni Attali» volute da Sarkozy (e le cui proposte sono poi rimaste lettera morta): perché in Olanda quelle commissioni servono appunto al confronto tra maggioranza e opposizione, e talvolta - se non si trova la mediazione - si fa come con le ciliegie, una a te e una a me. In Italia le ciliegie ci sono, ma chissà se centrodestra e centrosinistra sono capaci di fare il gioco «una volta vinco io, e una tu»: il dibattito, per quanto esacerbato, ha in genere consistenza di contenuti, fin nel dettaglio di diverse concezioni della società italiana.
Passata la nottata, Napolitano ha dunque archiviato l’ipotesi di dimissioni, che avrebbero precipitato martedì mattina l’Italia nel baratro di un attacco dei mercati. Ha preparato personalmente le due commissioni, telefonando anche a sorpresa ad alcune di quelle auguste personalità, e chiamandole allegramente «guagliò». E impiegando il resto della mattinata a vergare gli argomenti con i quali poi scioglierà l’importante nodo della crisi che si era aperta venerdì sera, con le possibili dimissioni da lui stesso adombrate nei colloqui politici, soprattutto con Pd e Pdl. Il governo di Monti, dice Napolitano, «è pienamente operativo e a breve varerà una serie di provvedimenti urgenti per l’economia». E comunque, «io resterò fino all’ultimo giorno del mio mandato nell’interesse nazionale». Il quadro politico lo «si lascia decantare dando a due gruppi ristretti il compito di individuare alcuni punti programmatici sui quali far confluire le forze politiche».
Napolitano non si fa illusioni sulla possibilità che il loro lavoro porti a qualcosa, dato che dice si tratta di «materiale che potrà comunque essere utile», e utile «per i compiti che spettano al nuovo Presidente della Repubblica. E quando poi il quirinalista dell’Ansa gli chiede se non sarebbero meglio elezioni a ottobre risponde «non mi occupo di problemi che non posso risolvere nelle mie funzioni».
La telefonata di Draghi per scongiurare l’addio.
“È troppo rischioso” La decisione di non dimettersi dopo un confronto con il capo della Bce: i mercati avrebbero reagito male
«Un atto estremo di generosità e responsabilità, che però rischiava interpretazioni errate: fino al punto da poter determinare, paradossalmente, un danno per il Paese».
Al Quirinale spiegano così la decisione assunta da Giorgio Napolitano. E la chiamano - appunto - decisione e non ripensamento rispetto ad una scelta già maturata nella serata di venerdì. Significa che, fin dalla conclusione dell’incontro con la delegazione Pd, sulla scrivania del Capo dello Stato c’erano appunti e rimandi a questo o quel precedente funzionali a due scelte assai diverse, anzi, opposte: dimettersi o restare. Poi, tra la notte di venerdì e la mattinata di ieri, alcune valutazioni hanno fatto pendere il piatto della bilancia da una parte piuttosto che dall’altra.
Intanto, la vera e propria slavina di telefonate, mail, tweet e dichiarazioni con le quali si auspicava che il Presidente della Repubblica restasse al suo posto. Un flusso ininterrotto di sollecitazioni a «non mollare» che rendeva chiaro a Napolitano quanto fosse concreto il primo dei rischi insiti nelle sue dimissioni: che l’interpretazione del suo «atto di responsabilità» rimandasse - dentro e fuori i confini - l’idea di un Paese paralizzato, allo sbando. Una simile preoccupazione, naturalmente, era presente fin dall’inizio nelle riflessioni del Capo dello Stato: ma una telefonata giunta al Quirinale ieri mattina l’ha enormemente rafforzata...
Dall’altro capo del telefono, Mario Draghi: che non ha nascosto a Napolitano la fondatezza dei suoi timori. In Europa si sarebbe molto ricamato - ha confermato il capo della Bce - sull’«Italia nello stallo, fino al punto da costringere il Presidente alle dimissioni». E poi: come avrebbero reagito i mercati alla riapertura di martedì?
Quanto sarebbe salito lo spread? E col Capo dello Stato dimissionario - e sempre senza governo - su cosa si sarebbe potuto puntare per rassicurare i mercati? Draghi non era il primo a manifestare simili timori: timori che si aggiungevano a un altro paio di elementi di riflessione che riguardavano i tempi di soluzione della crisi e l’«eredità» da lasciare al futuro presidente della Repubblica.
Sulla prima questione i conti sono stati semplici: se anche Napolitano si fosse dimesso martedì (2 aprile) questo non avrebbe accelerato l’elezione del suo successore, visto che il Parlamento è già convocato il 15 per l’elezione del nuovo Presidente e le dimissioni del Capo dello Stato avrebbero - paradossalmente - perfino allungato (Costituzione alla mano) i tempi di un paio di giorni. Non solo. Rassegnare le dimissioni nella situazione data, avrebbe consegnato al nuovo inquilino del Quirinale un rebus difficilmente risolvibile, se non con nuove elezioni: non un grande affare...
E quindi? «Credo che Napolitano abbia dormito poco o nulla, come del resto anch’io...», ammette Emanuele Macaluso, una vita di amicizia e impegno assieme al Capo dello Stato. Infatti, deciso il «resto fino all’ultimo giorno» rimaneva un problema: con il tentativo-Bersani impantanato e nessun accordo tra i partiti, cosa fare fino al 15 di aprile? L’idea di avviare un lavoro programmatico - cioè di ripartire dalle cose da fare piuttosto che dalle formule - poteva avere un’utilità: per un nuovo mandato che lo stesso Napolitano potrebbe affidare in caso di successo oppure come «eredità» - ma stavolta positiva - da lasciare al successore.
E così, alla fine, la mossa è stata definita in ogni suo dettaglio nel corso di una lunga riunione mattutina. Giorgio Napolitano, dunque, resta al suo posto: e i commenti, interni ed esteri, sono di assoluto apprezzamento. Con buona pace di chi sperava (e spera) in un precipitare della situazione, e dell’effetto shock cercato dai giornali. Che in alcuni casi hanno perfino immaginato un Napolitano pronto ad «abbandonare la nave»...