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Data: 31/03/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Una mossa a sorpresa che apre la corsa per il Colle

Un segnale alle cancellerie e ai mercati e un’accelerazione sulla successione, I super-consulenti possibile ossatura anche per un eventuale futuro esecutivo

ROMA La mossa di Giorgio Napolitano, dopo la lunga notte di riflessione, ha colto di sorpresa un po’ tutti. Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi inclusi. La decisione di restare fino «all’ultimo giorno» del mandato e di sottolineare «la piena operatività» del governo di Mario Monti, punta a rassicurare i mercati e le cancellerie internazionali sulla solidità del sistema-Italia. E non è rivolta, prioritariamente, alla nascita di un nuovo esecutivo. Anzi, il battesimo della task-force di dieci ”saggi”, che opererà a partire da martedì senza espressi vincoli di tempo, sembra rinviare al nuovo capo dello Stato la pratica di provare a individuare un possibile premier. Oppure, di sciogliere il Parlamento e mandare tutti a casa. Verso nuove elezioni.
IL CALENDARIO

I tempi sono stretti. Il Parlamento in seduta comune per eleggere il nuovo capo dello Stato si riunirà a partire dal 15 aprile. E come dice il centrista Lorenzo Cesa, «ci vorrebbe un miracolo per raggiungere in meno di due settimane quell’accordo che finora, nonostante milioni di incontri e contatti, non è stato possibile ottenere». Insomma, il timing si è ribaltato. Se fino a ieri si doveva prima formare il governo e poi procedere all’elezione del nuovo presidente della Repubblica, adesso è vero il contrario. Prima il Quirinale, poi palazzo Chigi. E il futuro presidente potrà ricevere le delegazioni dei partiti poggiando sul tavolo la pistola carica delle elezioni anticipate. Quella che è mancata a Napolitano a causa del semestre bianco, che gli ha impedito di minacciare lo scioglimento anticipato delle Camere.
DOPPIO SCHEMA

Così, torna d’attualità la partita per il Quirinale. Secondo due schemi. Il primo è ben lontano dall’idea della ”condivisione” e prevede il copione di eserciti in armi, pronti a far valere la propria forza. L’ala bersaniana del Pd, dove è forte la rabbia per il fallimento del segretario, affila le armi. «Dopo tutti gli sgarri che abbiamo subìto, il Presidente ce lo eleggiamo da soli. Non staremo certo a cercare una mediazione con il Cavaliere...», dice un alto dirigente democrat. E tornano d’attualità candidature di battaglia. Meglio, candidature che potrebbero permettere di avviare il dialogo con i Cinquestelle per quel «governo del cambiamento» proposto (finora inutilmente) da Bersani. In primis Romano Prodi, poi Stefano Rodotà, l’ex garante della privacy. Proprio ieri Beppe Grillo, nel suo blog, ha citato il Professore: «Lui cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche». Avvalorando la tesi di chi ha sempre sostenuto che Prodi potrebbe contare sulla simpatia del leader dei Cinquestelle.
VOGLIA DI DIALOGO

Il secondo schema racconta tutta un’altra storia. Se nel Pd dovesse prevalere l’ala a favore del dialogo con il Pdl (Renzi non ha fretta di precipitare verso le elezioni) e se il lavoro dei dieci ”saggi” dovesse innescare un clima di confronto costruttivo (è questa la speranza di Napolitano), si tornerebbe su ”candidati condivisi”.
I nomi: Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Franco Marini. Oppure, Valerio Onida, il costituzionalista che piace ai Cinquestelle ed è apprezzato da Berlusconi, inserito non a caso dal capo dello Stato nella task-force. E proprio la task-force, se il suo lavoro dovesse riuscire, potrebbe trasformarsi nella squadra di ministri del ”governo di scopo”. Non è neppure da escludere una proroga (breve) di Napolitano che, in caso di rielezione, potrebbe portare a compimento il lavoro avviato ieri. Ma il Presidente, per ragioni di età, continua a escludere categoricamente questa ipotesi. L’ha fatto anche venerdì, durante l’ultimo giro di consultazioni.
IL SUGGERIMENTO

Di certo c’è che Napolitano, anche nella scelta dei saggi, ha mostrato di preferire ancora una volta lo schema delle larghe intese. Partendo però dal programma. L’idea gliel’ha data Mario Mauro. Il capogruppo di Scelta civica, negli anni trascorsi a Bruxelles, ha osservato le tormentate vicende politiche di Belgio e Olanda e ora afferma: «Lì dovevano mettersi d’accordo valloni e fiamminghi che sono ben più ostici di Pd e Pdl. Si tratta di far prevalere la buona volontà e di battere i pregiudizi. Una volta che avremo fatto un elenco di cose a cui nessuno potrà dire di no, sarà difficile rifiutare anche la nascita di un governo che potrà fare quelle cose...». Questo epilogo non potrà però prescindere da un capo dello Stato ”condiviso”.

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