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Pescara, 14/05/2026
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Data: 02/04/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
L’ira di Berlusconi: ora basta rinvii. Pd in ordine sparso

Timori sul Quirinale: la sinistra può metterci pure Boccassini massimo dieci giorni al lavoro dei saggi, Monti delegittimato. Alfano: la casa brucia Napolitano riprenda subito
le consultazioni, governo di larga coalizione o voto a giugno

IL CENTRODESTRA
ROMA Il tempo stringe. Non si possono attendere deduzioni e controdeduzioni dei saggi nominati dal Quirinale. «Rischiamo la palude, i nostri non capirebbero», ammonisce Berlusconi da Arcore, terrorizzato, a detta dei fedelissimi, dall’eventualità di restar fuori non solo dal governo, ma dalla partita per scegliere il nuovo presidente della Repubblica.
«Altro che moderato, gira anche l’ipotesi di eleggere al Colle Ilda Boccassini», freme un pidiellino della prima ora. Il che, certo, non rassicura l’ex premier, che decide di mettere fretta a Napolitano. «Ci aspettiamo risultati entro sette, dieci giorni, non di più», scandiscono a raffica i pidiellini che si fidano pochissimo delle rassicurazioni sul ruolo dei saggi fornite dal Colle. E, comunque, notano i vertici del partito, «gli esperti possono anche fornire consigli su riforme istituzionali ed economia, ma, da soli, non possono risolvere il rebus del governo».
PRESSING DEI FALCHI

Di qui la stretta imposta dall’ex premier, confortato dagli ennesimi sondaggi positivi, per osteggiare manovre «che sanno troppo di rinvio allo scopo di far saltare la finestra per votare prima dell’estate». Il paletto viene piantato dal segretario del Pdl Angelino Alfano, che scandisce: «Riteniamo opportuno che il presidente Napolitano riprenda le consultazioni con le forze politiche, e che le stesse forze politiche riprendano a parlarsi. La casa brucia- avverte- e non sarebbero comprensibili altri rinvii e dilazioni».
Il favore con cui Berlusconi aveva accolto l’iniziativa di Napolitano appare quindi ormai superato dal timore di un’ennesima trappola che sembra costruita apposta per favorire l’ennesimo governo tecnico e non la grande coalizione, alla quale punta il Pdl. L’allarme rosso è dunque scattato e ha provocato l’aut aut attraverso la nota di Alfano, che chiarisce bene come il Pdl voglia far sentire la sua voce. Il messaggio è sempre lo stesso: facciamo nascere il nuovo governo, «anche guidato da Bersani», e, in cambio di questa concessione, eleggiamo insieme il nuovo Capo dello Stato «che dovrà essere un moderato».
IL TIMING DEL SEGRETARIO

Alfano perciò detta il timing. «Le intenzioni del presidente della Repubblica sono certamente lodevoli, ma esiste il rischio che il Pd, dopo aver già fatto perdere al Paese un mese di tempo per l'ostinazione di Bersani, voglia trasformare questa iniziativa in un escamotage per rinviare ogni vera decisione alle calende greche- spiega - a questo punto, da un lato auspichiamo che i saggi svolgano la loro analisi programmatica in pochissimi giorni, e riferiscano al Capo dello Stato nel più breve tempo possibile, dall'altro, riteniamo opportuno che il presidente Napolitano riprenda le consultazioni». La preoccupazione a questo punto è di perdere anche la finestra per urne a giugno.
Ma c’è un altro fatto che ha fatto irritare Berlusconi. Ed è il ritorno in auge del governo dei professori che Napolitano, con il suo intervento di sabato scorso, ha rilegittimato. Ecco, infatti, Sandro Bondi, che due giorni fa incensava Napolitano, attaccare Monti e il Colle: «Solo un mese fa ci sono state nuove elezioni politiche per cui il governo della precedente legislatura, se pur in carica per ragioni formali, non ha alcuna legittimazione non avendo ottenuto la fiducia del nuovo Parlamento».E Cicchitto rincara la dose: «Dobbiamo avere piena coscienza che il governo Monti non può sostituirsi all'esigenza di dar vita ad un nuovo governo». La linea politica elaborata ad Arcore e trasmessa a Roma è quindi sempre la stessa: o governo di larghe intese o subito al voto, «prima che sia impraticabile la finestra elettorale di giugno- ripete Alfano- noi siamo pronti anche a questa seconda ipotesi».


Pd in ordine sparso. Franceschini: no al voto con il Porcellum
I renziani continuano a ribadire piena fiducia nel Colle. Bersaniani blindati. Ma la direzione non è ancora convocata

LA SINISTRA
ROMA Sarà una settimana risolutiva, quella che si apre, per il Pd. Bersani è ancora a Piacenza ma oggi rientrerà a Roma e i bersaniani, giovani turchi in testa, continuano ad attestarsi sulla linea «Pier Luigi e il suo governo del cambiamento sono ancora in campo». Renziani e altre anime del partito continuano a battere il tasto del massimo della fiducia nell’opera del presidente della Repubblica, comitato dei saggi in testa. Non che i bersaniani non attestino altrettanto «fiducia e rispetto» verso Napolitano, ma restano convinti che l’aperta e conclamata ostilità del Pdl all’esplorazione dei saggi metterà presto fine ai giochi, rimandando tutte le scelte al nuovo inquilino del Colle, rispetto al quale i bersaniani sono convinti che Bersani farà una «proposta forte». Un nome, cioè, sul quale chiedere la convergenza di grillini e montiani (Prodi o altri).
CAMBIO DI LINEA

Né, soprattutto, si prevede ai piani alti del Nazareno una rapida convocazione della direzione, unico organo deputato a decidere su (eventuali) cambi di linea in corsa. Peraltro, è da prima del voto che neppure la segreteria si è più riunita né ci sono state convocazioni di altri organismi non previsti dallo Statuto come il famoso caminetto dei big. Renziani, veltroniani e popolari premono, però, per una gestione nuova e, ovvio, collegiale del partito, una sorta di commissariamento de facto di Bersani. Si vedrà. L’altro giorno, a In mezz’ora, ha parlato l’ex capogruppo, Dario Franceschini, che da qualche tempo ha preso a confrontarsi con una certa regolarità con Matteo Renzi. Franceschini ha espresso dubbi sul tentativo dei saggi, definendoli «una soluzione utile, ma che non può essere sostitutiva del luogo dove le decisioni vanno prese, il Parlamento», ma anche per puntualizzare che «senza la riforma della legge elettorale non si può votare». Scetticismo sulle dote salvifiche dei saggi la esprime pure Matteo Orfini, capofila dei giovani turchi: «Aspettiamo di vedere cosa proporranno i saggi e poi, dato che siamo ancora una repubblica parlamentare, valuteremo in autonomia nelle aule di Camera e Senato se le loro proposte potranno essere accettate».
ROTTAMATORI COMPATTI

Renzi non parla, per ora, ma parlano i suoi che, a partire da Paolo Gentiloni, si schierano compatti con il Colle: «Occorre difenderne il lavoro senza se e senza ma». E’ chiaro che, se la situazione precipitasse verso nuove elezioni anticipate a giugno (o luglio), difficilmente Renzi si farebbe cooptare, ben diverso se si votasse a ottobre, quando senz’altro chiederebbe nuove primarie per correre alla leadership del partito. Nel mezzo ci sono i lettiani come Francesco Boccia e il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, leali con Bersani quanto con Napolitano, i quali assicurano: «Il Pd non farà mancare al Capo dello Stato il suo responsabile supporto». Sarà. Ma il veltroniano Valter Verini, nell’accusare il Pdl di essere «irresponsabile» per voler rivotare con il Porcellum parla chiaramente a nuora (Berlusconi) perché suocera (Bersani) intenda.

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