L’AQUILA Il silenzio, sordo, spesso agghiacciante, ha ancora l’odore acre della morte. È rotto appena da un impercettibile, lontano, rumore di martelli. Il silenzio. E basta. Quattro anni dopo il terremoto, l’anniversario più difficile perché coincide con l’assoluto crollo della speranza. «Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole» (Elbert Hubbard) e l’Italia sembra continui a non capire il silenzio dell’Aquila, del suo centro storico, dei suoi palazzi, della vita di ogni giorno; le parole del suo sindaco, dei suoi abitanti, che continuano a lanciare appelli per un aiuto che, se non arrivasse, decreterebbe la morte di una città ridimensionata a cittadina. Trecentonove vittime dopo, 1.600 feriti dopo, 56 centri storici distrutti dopo, poco o nulla è cambiato. Il silenzio. E basta. L’Aquila sta zitta zitta, ormai rassegnata a un destino ancora sconosciuto.
I CANTIERI
Nuovi e numerosi cantieri hanno permesso ulteriori rientri nelle abitazioni della periferia. Nel centro storico, invece, le palizzate, che «proteggono» i primi lavori, hanno solo sostituito le barriere militari, ma le viuzze restano vietate, la zona rossa è sempre rossa, cambia appena la fotografia dall’alto, con qualche gru in più. Tranne piccoli tratti che, rapsodicamente, si aprono e si chiudono per mostrare transenne foriere di nuovi scenari, la sostanza è la stessa di un anno fa: l’erba è più alta e i puntellamenti di legno, ormai marci, hanno bisogno di essere puntellati. Il Palazzetto dei Nobili ha riaperto le sue porte, ma è circondato da edifici disabitati, bui e privi di qualsiasi speranza. L’ex facoltà di Lettere, oggi dipartimento di Scienze umane, ha preso posto nell’ex ospedale San Salvatore, restando in ogni caso una cattedrale nel deserto. Dopo quattro anni, chi risiedeva in periferia e alloggiava in abitazioni classificate A, B e C, è praticamente rientrato. Per quanto riguarda le case E va fatta una distinzione fra quelle della periferia cittadina (la stima parla di migliaia di pratiche) e quelle del centro storico (più di 15 mila).
I PUNTELLAMENTI
In quattro anni si sono fatti solo puntellamenti che sono costati circa 250 milioni di euro. Nonostante i piani di ricostruzione, a partire da quello dell’Aquila, siano stati approvati, l’assessore alla Ricostruzione, Pietro Di Stefano, a febbraio di quest’anno ha tuonato: «I soldi non ci sono. Sono finiti i due miliardi di euro stanziati e adesso si naviga a vista». Il sindaco, Massimo Cialente, appare tutt’altro che ottimista: «Il clima di scoramento, di sfiducia, di rabbia, purtroppo, sta coinvolgendo sempre più persone, soprattutto i giovani, che stanno cominciando ad arrendersi e ad andare via. Vivere all’Aquila è troppo difficile, posso chiedere alla gente il sacrificio di crederci e di avere fiducia, solo se possiamo vedere parte del centro e delle frazioni ricostruite entro il 2015; se invece dirò che si finirà per il 2024 tutti andranno via e L’Aquila nel 2018 farà 35-40 mila abitanti».
L’INCORAGGIAMENTO
È il giorno della memoria. È il giorno in cui l’Italia accorre al capezzale dell’Aquila e in Italia si riaccendono i riflettori sul terremoto dell’Aquila, sulle 309 vittime di quella notte tra il 5 e il 6 aprile, in cui una scossa, alle 3.32, ne interruppe il volo, per raccontarne le storie strappalacrime e poi spegnere tutto per i 365 giorni che mancano alla nuova edizione dello show del dramma in onda sulle frequenze di un Paese che assiste indolente alla Fine. «Non immaginavo che la situazione fosse questa» ripete chi, oggi, si spinge fino all’Aquila. I luoghi della memoria sono intatti nella loro devastazione e ogni giorno dell’anno, anche di questo quarto anno, sono stati la Via Crucis, scrigno mai chiuso di storie drammatiche e collettive mai superate. «Nel Paese della Memoria il tempo è sempre Ora» (Stephen King) e L’Aquila continua a vivere nel passato e nel ricordo struggente, mai superando l’impasse della mancata ricostruzione. Sono stati 1.462 giorni di Passione. I giorni passano. Inutilmente. Tutti uguali. La memoria è il diario che ciascuno porta sempre con sé.
LA SVOLTA
Il quarto anniversario registra la svolta nella gestione, da quella del commissario a quella degli enti, e nei processi, arrivati alla sentenza di primo grado. Un anno segnato dalla condanna a sei anni di reclusione dei sette componenti della commissione Grandi rischi, che si riunì, all’Aquila, una settimana prima della tragedia. Eppure la situazione appare ancora ingarbugliata, labirintica, ai limiti dell’assurdo, con una ricostruzione pesante ferma al palo. Gli aquilani hanno perso le speranze. La terra continua a tremare. L’ultima scossa ieri mattina (ore 9.40, magnitudo 2.4), segnale che lo sciame sismico non si è mai arrestato.
LA SPERANZA
Speranza, incoraggiamento, forza e buona volontà, sono la ricetta, secondo il vescovo ausiliario Giovanni D’Ercole, per uscire dall’impasse: «A quattro anni di distanza, non è stato fatto tantissimo però si è visto dell’impegno. Soprattutto in quest’ultimo periodo c’è la voglia di recuperare il tempo perduto e questo mi pare che sia una spinta da incoraggiare e sostenere». Il rischio, insomma, «è lo scoraggiamento», soprattutto «davanti alle difficoltà che ancora ci sono e ai problemi che sono sopravvenuti con la crisi finanziaria». Ma è dura, dura davvero, pensare, a ogni tentativo vano, a ogni appello inascoltato, a ogni drammatico anniversario, che è un altro passo avanti.