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Pescara, 22/03/2026
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Data: 08/04/2013
Testata giornalistica: Il Centro
Lega spaccata, a Pontida fischi e spintoni. Gli ultras del Senatùr esibiscono manifesti con Maroni in versione Pinocchio. Sul palco tensione ma nessuno strappo

ROMA Maroni contestato dai fedelissimi reduci del «cerchio magico» di Bossi, mandato in frantumi dal «family-gate», lo scandalo che travolse il Senatùr, il figlio Renzo, il tesoriere Belsito, Rosy Mauro e altri. Volano spintoni nella prima fila sotto al palco di Pontida, offese, minacce, intervengono alcuni dirigenti per evitare la rissa. A scatenare l’ira dei maroniani è un cartello sventolato dai contestatori con la foto del segretario Roberto Maroni trasformato in Pinocchio perché non ha lasciato la carica di capo del Carroccio dopo essere stato eletto governatore della Lombardia. Dimissioni del resto respinte dal comitato federale. Atmosfera pesante come mai era accaduto nella Lega, a poco è servito congelare il «sacro suolo» di Pontida per un anno. Nel 2012 il raduno non ci fu, Bossi stava per lasciare ma ancora non si decideva e la piazza leghista ribolliva. Non è servito anche perché nel frattempo è arrivato il cappotto alle elezioni politiche (poco più del 4%), di un partito che sembrava sulla via dell’estinzione. La vittoria di Maroni in Lombardia grazie all’appoggio del Pdl, ha ridato fiato alle trombe leghiste. Ma chi si aspettava uno strappo già sul palco di Pontida aveva azzardato il pronostico. Dietro le quinte Bossi e Maroni, e rispettivi fedelissimi, si insultano e si sfidano, ieri davanti ai militanti che non sapevano se fischiare o applaudire si sono abbracciati. Il segretario, a cui per la prima volta è toccato chiudere con il suo discorso la giornata, ha parlato sostanzialmente di programmi gettando in pasto ai padani i soliti slogan contro Roma ladrona. Macroregione del Nord, rinegoziare col governo patto di stabilità e pressione fiscale «altrimenti supereremo autonomamente i vincoli imposti da Roma». Poi ha tirato fuori dalle tasche i diamanti acquistati dall’ex tesoriere Francesco Belsito, e da altri dirigenti, tutti espulsi. «Valgono 10mila euro l’uno, sono 13, li distribuiremo ai militanti e alle sezioni meritevoli». Mimando poi un lancio dei preziosi sassolini sui simpatizzanti. Demagogismo e folklore, ma tutto serve per consolidare il proprio ruolo. Bossi ha parlato prima, con un atteggiamento più aggressivo, pur non citando mai Maroni, né il suo braccio destro in Veneto, il segretario regionale Flavio Tosi sindaco di Verona. Anche quest’ultimo contestato da una parte dei leghisti veneti fedeli a Bossi per la doppia carica. Il Senatùr si è lanciato in una dura invettiva contro i dirigenti «che hanno sbagliato, le cariche non possono essere eterne». Ha lanciato un appello all’unità: «Niente insulti e niente fischi, non fate felici la canaglia romana». Poco prima però aveva ammesso, quasi rispondendo a Maroni che va sostenendo da giorni «che tutto va bene» malgrado il rischio reale di una scissione, che «chi ha detto che nella Lega va tutto bene è un leccaculo». Smentendo comunque le voci di un progetto per un nuovo partito, che oggettivamente, visti i numeri della Lega, sarebbe un passo oltremodo ambizioso. Insomma, una tregua armata, con i fucili nascosti sotto le giacche verdi. Ma pronte a far fuoco. Anche se per distogliere l’attenzione sui problemi interni, seguendo una moda che è un po’ anche la misura della civiltà di certa politica (da Grillo alla Lega, ma non solo), i padani hanno vomitato offese e minacce su Roma, ma soprattutto all’indirizzo dei giornalisti che avevano scritto delle divisioni nel partito. Da «lecchini di Roma» (Umberto Bossi) a «giornalisti di regime» (Maroni), fino a «cagnacci per raccontare stronzate» (il segretario lombardo Matteo Salvini). Ma dopo il «rompete le righe», aldilà della demagogia e delle offese, i guai restano tutti in casa Lega.

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