L’avvertimento del presidente: «Certe campagne che si vorrebbero moralizzatrici, in realtà si rivelano nel loro fanatismo, negatrici e distruttive della politica»
ROMA Il coraggio di una larga intesa. Giorgio Napolitano non rinuncia a mettere i partiti di fronte alla responsabilità odierne ricordando la storica collaborazione tra Dc e Pci nel 1976. «Ci volle coraggio per quella scelta d'inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l'Italia si chiamavano inflazione, situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico». Commemorando Gerardo Chiaromonte a vent'anni dalla sua morte, il Presidente apre il libro della prima Repubblica mettendolo in controluce per sollecitare i partiti a uscire dall'arroccamento. A pochi giorni dalla conclusione del lavoro dei saggi e dall'inizio della trattativa per l'elezione del nuovo capo dello Stato, il messaggio è rivolto a Pd e Pdl. L'esempio non è casuale perché all'indomani delle elezioni del giugno del '76 il Pci (che raggiunse oltre il 34 per cento) insieme a tutti gli altri partiti dell'arco costituzionale, consentì la nascita di un monocolore democristiano guidato da Andreotti, con il meccanismo della "non sfiducia" detto anche "governo delle astensioni". Una collaborazione che servirebbe anche per rispondere a quelle che Napolitano definisce «certe campagne che si vorrebbero moralizzatrici» ma che «si rivelano nel loro fanatismo, negatrici e distruttive della politica». Per ora l’incontro fra Bersani e Berlusconi si dovrebbe fare, ed entrambi sono invitati a sfogliare le cronache di ciò che fu il periodo della solidarietà nazionale. «La data dell'incontro non è ancora fissata ma finalmente Bersani si è aperto» dice Berlusconi che accusa gli avversari di «inedia» e davanti a un paese che «non può più aspettare», conferma la sua propensione per un governo pienamente politico «forte e stabile per assumere provvedimenti urgentissimi che s'impongono per rilanciare l'economia». Non è esattamente quello che intende Bersani che ieri, con una lettera a Repubblica, ha ribadito la sua ferma opposizione al governissimo Pd-Pdl, una proposta alternativa a quel “governo del cambiamento” che ha in mente. Il segretario del Pd insomma oggi metterebbe la firma su quell'accordo Dc-Pci del '76 che fece nascere un governo di minoranza. Lui al posto di Andreotti e, anche se le analogie si fermano qui, chissà come la prenderanno gli oltre quattrocento parlamentari Democratici che incontrerà oggi, molti dei quali ai tempi di Moro e Berlinguer non erano nati o frequentavano le scuole elementari. Un Pd che nei giorni è uscito allo scoperto e con l'ala degli ex popolari che fa capo a Franceschini, ha chiesto al segretario di uscire dai blocchi, lasciando al loro destino i grillini per recuperare il dialogo con il centrodestra. Significativo il sondaggio di Ipr Marketing che segnala una prevalenza netta del 63 per cento tra gli elettori del Pd che ritiene giusto si formi un “governo di scopo”, con il solo obiettivo di varare alcuni provvedimenti economici e la legge elettorale. Berlusconi per ora si tiene disponibile ma a distanza, facendo capire che "servono garanzie". La partita del Quirinale è per questo di primaria importanza: per il Cavaliere la certezza di non avere una personalità ostile, per Bersani la possibilità di avere a disposizione l'arma finale di un ritorno alle urne e regolare i conti con il Movimento 5 Stelle che gli ha scippato la maggioranza.