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Data: 10/04/2013
Testata giornalistica: Il Centro
Quirinale, Bersani e Berlusconi trattano

Incontro a Montecitorio. Alfano: «Il presidente non può essere contro qualcuno». Letta: «Bello eleggerlo al primo voto»

ROMA Primo incontro, dopo la zuffa elettorale, tra i due grandi nemici. Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi, accompagnati da Enrico Letta e Angelino Alfano, si nascondono dietro piccoli sotterfugi per sfuggire ai cronisti e incontrarsi in santa pace in una saletta del gruppo Pd. Sono sorrisi e convenevoli, caffè e acqua minerale, ma giusto il tempo per entrare nel vivo del discorso. All’uscita Berlusconi è assediato dai giornalisti e dice che ci sarà un comunicato. Ma non è vero. Ognuno interpreterà quell’oretta di incontro a modo suo. Letta dirà che sarebbe davvero «un bel segnale» eleggere subito il nuovo presidente il 18 aprile, alla prima votazione, quando servono i due terzi dei voti. Lavoreremo per quello scopo, «ma non a ogni costo», precisa, tanto per far capire che non ingoieranno chicchessia. Alfano parla poco dopo per rendere noto che sì, anche loro sono per un presidente condiviso, ma non uno ostile agli altri (vedi Prodi). «Farò valere il peso dei miei voti», pare abbia confidato Berlusconi ai suoi. E ancora: «Se il Pd resterà arroccato sulle sue posizioni ignorando il Quirinale sulle larghe intese va a sbattere contro il muro». E qui parlava di governo. Sul Colle si naviga ancora alla ricerca del meno peggio o del miglior minimo comun denominatore. Nomi come Massimo D’Alema, Franco Marini o Giuliano Amato, ma anche figure più distaccate, ma equanimi come il ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri. Per ora solo nomi che vagano nell’aria, niente di concreto. Poco più di un’ora di colloquio, troppo poco per avere risultati concreti. Berlusconi ha insistito per un percorso condiviso, sia sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica sia sul governo. Bersani ha fatto capire che il Quirinale per ora è più importante, se non altro in ordine di tempo, che da lì si può partire per spianare la strada alla legislatura. Ma con alcuni ma. Il Pd non vuole imporre un suo candidato ad ogni costo, pur avendo teoricamente i numeri per farlo (con il sostegno dei montiani). Ma non vuole neanche che il Pdl ponga troppi paletti. Si discute di criteri. Per dirla con le parole di Angelino Alfano: «È stato un incontro che è servito a ribadire quello che abbiamo sempre detto, noi siamo disponibili a condividere la scelta di un presidente della Repubblica che non sia manifestamente ostile a una parte importante del popolo italiano». Letta annuncia che i colloqui continueranno, sia con il Pdl che con Lega e M5S. «Il Pd vuole tentarle tutte per eleggere un presidente della Repubblica che abbia un largo consenso». Sta di fatto che l’incontro di ieri, anticipato rispetto alle previsioni, sia arrivato dopo la sollecitazione di Napolitano sulle larghe intese. Come per assentire sul metodo. Ma Bersani non ha gradito molto il riferimento ai governi di unità nazionale con Berlusconi, ribadendo anche ieri il suo no al governissimo e ricordando che nel 76 «c’era uno che governava e gli altri che consentivano». Al massimo, e lo avrebbe detto ieri a Berlusconi, potrebbe accettare di guidare un governo sostenuto da Pd, montiani e Pdl che esce dall’aula del Senato al momento del voto di fiducia. Idea che al Cavaliere non sarebbe piaciuta per niente, e a sera ha riunito i fedelissimi a Palazzo Grazioli per studiare contromosse. Bersani deve anche fronteggiare qualche problema interno. Ieri Matteo Renzi ha detto: «Bersani ha vinto le primarie, ma poi non ha vinto le elezioni, quello è il problemino». Di nuovo una spintarella per mettere da parte il segretario. E non è proprio irrilevante, considerato che i parlamentari renziani sono una cinquantina: decisivi per il governo e per il Quirinale. Domani, non è un caso, ci sarà a Firenze un incontro tra Renzi e D’Alema, che cerca sostegno per la scalata del Colle.

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