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Data: 10/04/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Per il Quirinale Marini resta in pole sale la candidatura di una donna

ROMA Il tanto atteso faccia a faccia tra Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi per verificare la possibilità di una intesa bipartisan sul nuovo capo dello Stato finisce in maniera interlocutoria. Il tentativo di arrivare al 18 aprile, giorno in cui i Grandi Elettori (parlamentari più delegati regionali) cominceranno a votare, con una candidatura condivisa e che dunque quello stesso giorno si elegga il successore di Napolitano, prende consistenza. In questo quadro il favorito resta Franco Marini: «Potrebbe essere il meno peggio», taglia corto Umberto Bossi. Ma è ancora prematuro scommettere sul fatto che l’esito sarà quello. Il che, tuttavia, non impedisce che parallelamente i partiti sondino al proprio interno e con i rispettivi interlocutori nomi e personaggi per verificarne il grado di praticabilità e accettazione.
SCELTA DI GENERE

La novità più sostanziosa è che l’eventualità che il prossimo presidente della Repubblica possa essere una donna prende, almeno ufficialmente, sempre più corpo. Così è lo stesso leader del Pd, nell’assemblea del gruppo alla Camera dove peraltro la rappresentanza femminile è più corposa, a sottolineare che «per la scelta del capo dello Stato bisogna tener conto della parità di genere». L’importante, comunque, «è non fare improvvisazioni» perché il Quirinale «è una postazione essenziale per la nostra democrazia». Immediata la replica di Ignazio Marino, fresco vincitore delle primarie per la corsa al Campidoglio: «La minore improvvisazione sarebbe il bis di Napolitano. Non so se quest’ipotesi debba essere completamente esclusa». Nell’ambito del centrosinistra c’è anche chi, come Sel, vedrebbe bene l’indicazione di Laura Boldrini, neo eletta presidente della Camera. E’ l’opzione di Vendola: in quella circostanza «si è parlato per la prima volta la lingua del Paese, continuiamo così». Prosegue anche (e soprattutto) la corsa di Emma Bonino. A suo favore si schierano con forza i socialisti di Nencini («E’ una candidatura autorevole, innovativa ed europeista) assieme al pdl Giancarlo Galan. Mentre Roberto Maroni non fa nomi ma invita Bersani «ad un atto di coraggio»: per il governatore della Lombardia, la quadratura del cerchio potrebbe essere indicare una donna «che però non sia dell’ultrasinistra». La Bonino incontra favore anche fuori dell’agone politico: lo showman Renzo Arbore, infatti, afferma che la sua elezione «sarebbe equivalente a quella di Pertini».
TURBAMENTI GRILLINI

Domani i 5 Stelle daranno il via alle consultazioni on line per scegliere il loro candidato, quello che - almeno stando alle premesse - voteranno poi direttamente in aula a Montecitorio, senza cioè sottoporlo al vaglio degli altri partiti per ottenerne un qualsivoglia endorsement. Però c’è già chi manifesta le sue preferenze. «Il nome per cui voterò è quello di Stefano Rodotà», dice infatti Vittorio Bertola, capogruppo M5S in Comune a Torino. Annunciando tuttavia che «moltissimi nel Movimento penseranno invece a scegliere personalità completamente slegate dalla politica, come Dario Fo o Gino Strada. Sento anche parlare di vari magistrati, come Ferdinando Imposimato e Gherardo Colombo». Chi non ha dubbi è il professor Paolo Becchi, da molti considerato una sorta di ideologo dei 5Stelle. Per il Quirinale, avvisa, «dobbiamo trovare un nome che freghi gli altri, a partire dal Pd. Finora ci hanno costretto a votare i loro, invece spero in un metodo Grasso al rovescio. Un nome nostro che possa trovare consenso nelle altre forze politiche». Becchi attacca in particolare Bersani: «Abbiamo gli embrioni congelati e magari tra una decina di giorni ce lo ritroviamo scongelato. Però è un uomo finito, la resa dei conti per lui è vicina. Mentre Berlusconi è eterno, Bersani è un essere umano, è già finito». Anche il pdl Maurizio Gasparri, su un fronte opposto, attacca il leader Democrat: «Quella per il presidente della Repubblica è auspicabile sia una scelta certamente condivisa. Ma quello che non vogliamo è trasformare una forza di minoranza in una forza di governo. Se si dovesse votare un nome indicato dal centrodestra sarebbe un atteggiamento apprezzabile, ma l’atteggiamento di Bersani è fuori dalla realtà, non tiene conto dei numeri del Parlamento».

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