TRIESTE Dice di essere fuori dai giochi della politica romana. Quegli stessi giochi che, a suo parere, l’avrebbero escluso dalla terna dei nomi indicati dalla Toscana per l’elezione del Presidente della Repubblica. In casa Pd è scontro aperto. Matteo Renzi, a margine di un comizio elettorale a Trieste a sostegno della candidata alla presidenza del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, prende di mira il suo partito. Pier Luigi Bersani, che si sente tirato in ballo, passa al contrattacco. «Mi avrebbe fatto piacere rappresentare la mia Regione – spiega Renzi ai microfoni – Qualcuno mi aveva detto vai avanti tranquillo, ti votiamo, ma poi è arrivata qualche telefonata da Roma per fare il contrario». Prendere parte all’elezione del Capo dello Stato come delegato, aggiunge poi via Facebook, «non era un mio diritto. Lo avrei fatto volentieri, certo, orgoglioso di rappresentare Firenze e la Toscana. Le telefonate romane hanno cambiato le carte in tavola, peccato». E ancora: «Mi spiace soltanto la doppiezza di chi parla in un modo e agisce in un altro. Ai doppiogiochisti dico: forse non riuscirò a cambiare la politica, ma la politica comunque non cambierà me. Io quando ho da dire qualcosa lo dico in faccia, a viso aperto e non mi nascondo dietro i giochini». Bersani, però, non ci sta. E rimanda le accuse al mittente: «Nella sequela di quotidiane molestie mi vedo oggi attribuiti non so quali giochini tesi ad impedire la nomina di Renzi a grande elettore per la Toscana. Smentisco dunque di aver deciso o anche solo suggerito o anche solo pensato alcunché – sottolinea in una nota il segretario del Pd – a proposito di una scelta che riguarda unicamente il Consiglio regionale». E in serata, al Tg1, ribadisce: «Chiedete a Telecom, non ho fatto nessunissima telefonata e pregherei di credere che, con tutti i problemi che ci sono, l’ultimo problema è decidere dei 494 nostri grandi elettori chi sia l’uno o l’altro». Lo stesso capogruppo del Pd in Toscana, Marco Ruggeri, conferma che il gruppo «ha scelto in autonomia», bollando come «fantasiose» le altre ricostruzioni. Ma la nuova polemica calca il solco che divide i due leader, Renzi e Bersani. Il primo cittadino di Firenze, ancora una volta, ribadisce dapprima la sua estraneità alle manovre nazionali: «Sto facendo il sindaco. Ho fatto le primarie e le ho perse, quindi non sono stato il candidato del centrosinistra». Subito dopo, però, rilancia: «Se ci saranno nuove elezioni vedremo cosa accadrà, ma ora sono fuori dai giochi della politica romana». Renzi vede due strade: l’intesa con il Pdl o il ritorno alle urne. «Non so che cosa si sono detti, ma se Bersani e Berlusconi riterranno più opportuna qualche forma di accordo nell’interesse del Paese, spero facciano il più veloce possibile perché ogni giorno che si perde è tempo perso per l’Italia. Se dovesse dipendere da me – continua - tornerei alle elezioni domani mattina, visto che il risultato delle politiche non ha dato una maggioranza. Noi abbiamo votato il 25 febbraio, ma il risultato non ci consente da 46 giorni di governare». In mezzo c’è la legge elettorale da rifare. «Un problema verso un ritorno al voto, però non può essere la scusa per non fare nulla», sottolinea Renzi. «Il problema è quale legge elettorale: l’unica che garantisce governabilità – precisa – è quella dei sindaci che consente chiarezza su chi ha vinto».