«Sulla delegazione per il Colle c’era l’accordo, poi da Roma l’hanno fatto saltare. Se qualcuno spera che io lasci il Pd si illude, la si finisca con le aggressioni personali»
UDINE «Io non lascerò mai, neanche morto, il Pd, che è il mio partito. Però dico: smettiamola con gli attacchi personali. E cominciamo a pensare alle cose da fare che sono tante e urgentissime».
Matteo Renzi è nel Nord-est. E il popolo del Pd, nel giorno in cui lo scontro nel partito è incandescente, gli si stringe attorno. Non lo lascia andare via. Lo vedono come una star o come l’ultima spiaggia. Lui sta facendo la campagna elettorale per le regionali, con Debora Serracchiani candidata governatrice del Friuli, e le piazze gli si aggrappano, gli chiedono un nuovo Pd e credono di trovarlo in lui. E insomma, una lotta per divincolarsi - tra foto, abbracci e «Matteo, salvaci tu» - poi Renzi riesce a salire in macchina. E si riparte.
Guida lui l’auto che gli ha prestato il fratello. E’ venuto quassù con qualche amico, Lorenzo, Filippo, Luca, e ora se ne riparte. In viaggio ripensa alla giornata piuttosto infuocata.
Sindaco, qui in molti le stanno dicendo «lascia il Pd». Non è che lei ci sta facendo un pensierino?
«Io rimango nel mio partito, in cui sto bene. Odio i partitini personali e credo nel bipolarismo: nel centrosinistra chi è di centrosinistra e nel centrodestra chi è di centrodestra. Il resto non mi riguarda. I miei riferimenti sono Blair e Obama, e sono persone del nostro campo, del mio campo, quello dei democratici. Se qualcuno nel Pd spera che io vada via, si sbaglia».
Renzi s’interrompe. Cambia strada. Lo chiamano al telefono più volte. Parla con l’auricolare. Continua a guidare. E poi: «Dove eravamo rimasti?»
C’è da capire perchè il clima si è così arroventato in queste ore tra lei e Bersani.
«E me lo chiede a me? Sulla vicenda del grande elettore della Toscana c’era l’accordo di tutti. Poi è arrivata qualche telefonata da Roma ed è saltata l’idea che andassi io a votare per il Quirinale».
Bersani dice che non l’ha fatta lui quella telefonata. Non gli crede?
«Io vedo l’effetto. Sembrava che la cosa fosse decisa e poi da Roma l’hanno fatta saltare. Bersani mi ha chiesto lealtà. Io gliel’ho data e questa cosa è sotto gli occhi di tutti. Mi sto impegnando per il nostro partito andando in giro in campagna elettorale a mia spese, con mezzi miei, con amici miei. Senza chiedere niente in cambio e con grande passione. E mentre mi do da fare così, Bersani che cosa fa: mi attacca. Ma la vogliamo finire? Vogliamo pensare a cose più importanti, che sono quelle che interessano la gente? O nel Pd credono che sia appassionante il tema del mio qualunquismo, oltretutto inesistente?».
Intanto a Roma, per le votazioni, non va lei ma Alberto Monaci, presidente del Consiglio regionale della Toscana. Che tipo di scelta è?
«Di questa scelta io me ne faccio una ragione. Non lo aveva mica prescritto il medico che dovessi andare io a Roma. Però non vorrei, e spero proprio che non sia così, che con questa scelta si siano voluti blindare sul Monte dei Paschi di Siena. E poi siamo alla barzellette. C’erano due franceschiniani, in Consiglio regionale, che alla mattina stavano per noi e al pomeriggio hanno votato per Monaci».
Mentre lei cerca di raccoglie voti di qua e di là, alle primarie per il sindaco di Roma ha vinto il candidato meno aperto al dialogo con i moderati, Marino. E’ il Pd che sbanda a sinistra?
«Vorrei capire che cos’è la sinistra. C’è gente che crede che essere di sinistra significhi parlare male di Berlusconi. Per me, la sinistra è un’altra cosa».
Non è di sinistra fare ammucchiate a sinistra?
«Il tema vero non sono le alleanze. La sinistra deve riprendere il linguaggio e l’immagine della frontiera. Deve stare sul crinale del cambiamento».
Altre telefonate. Una breve sosta. Si riparte. Guida sempre Matteo. Lo smart-phone è bombardato di messaggi
Lei ha l’impressione che la forza di Grillo stia scemando?
«Non lo so. Lo vedremo già dalle prossime tornate amministrative, da qui a maggio. Di sicuro, l’occupazione delle Camere è stata una cosa ridicola. Stanno facendo di tutto per non far partire il governo e contemporaneamente si lamentano perché non partono le commissioni. Non c’è un po’ di contraddizione in tutto ciò?».
E il Pd non ha sbagliato con Grillo?
«Abbiamo fatto un errore anche noi. Grillo ha avuto venti giorni di visibilità mediatica a causa della strategia sbagliata del Pd. Che ha perso tempo».
Renzi invece va di fretta. Sta correndo a Firenze. Oggi nel tardo pomeriggio registra la puntata di Porta a Porta e prima di partire potrebbe vedere D’Alema per un caffè a Palazzo Vecchio.
Adesso la perdita di tempo continua o è finita?
«Sono passati invano ben 46 giorni da quando si è votato e 46 giorni significano aziende che chiudono, cassaintegrati che aumentano, crisi che avanza. Io credo che Bersani e Berlusconi l’accordo lo faranno. E a me va bene. Se vogliono fare il governo, però, abbiano il coraggio di farlo subito. Sennò, si vada a votare. Non è mica un dramma».
Votare subito e senza cambiare la legge elettorale?
«Si può votare anche con il Porcellum. La stabilità che si ottiene con questo sistema elettorale non è minore di quella che darebbe il Mattarellum. E non credo che il Mattarellum sia un sistema molto migliore del Porcellum. Lo è soltanto perché, al contrario della legge voluta dal centrodestra, non ha le candidature rigidamente bloccate». Ora Matteo è in autostrada. Il viaggio continua. Lo scontro anche. E siamo soltanto ai preliminari.