MILANO E’ finita coi carabinieri che hanno dovuto scortare Flavio Tosi verso l’auto blu per proteggerlo da uomini coi fazzoletti padani e donne col vessillo di San Marco. Leghisti contro leghisti. E insulti, e cazzotti, e «chiamate un’ambulanza che c’è un ferito». Il ferito, nella fattispecie, si chiama Paolo Pizzolato, già segretario della Liga a Venezia. A fargli un occhio nero è stato Matteo Bragantini, neo deputato, veronese e uomo di Tosi. Ma guai a dire che la Lega è divisa.
TOSI, UN PASSATO DI DESTRA
Bobo Maroni ripete che i ribelli sono quattro gatti. Anzi: «Venti pistola». Trentacinque di quei venti pistola ora sono fuori dal partito. Espulsi per volere del segretario regionale del Veneto (cioè Tosi) che non tollera contestazioni: «Del resto» chiosa la bossiana Paola Goisis «fascista era e fascista è rimasto». Allusione al suo passato di destra e al suo presente di spietato epuratore, indifferente anche alle esortazioni di Luca Zaia che chiedeva clemenza per i rivoltosi.
Ciò che i colonnelli di Bobo provano ogni giorno a nascondere sbraitando contro i giornalisti «che raccontano un sacco di balle su di noi», diviene drammaticamente inequivocabile nella sede del Carroccio di Noventa Padovana dove si riunisce il direttivo della Liga Veneta. Fuori i contestatori, dentro la nomenklatura. Per strada le proteste, le invettive, la rabbia. Al chiuso l’alzata di mano che decreta (a maggioranza) la cacciata dei ribelli, anche se Tosi predilige gli eufemismi: «Abbiamo solo ripristinato le regole».
I trentacinque espulsi erano stati «fotosegnalati» - come aveva detto lo stesso Maroni memore dei suoi anni al Viminale - domenica scorsa nel pratone di Pontida. Stavano sotto bandiere inneggianti a Umberto Bossi, sorvegliati da giovani padani e da energumeni venuti chissà da dove («c’erano anche picchiatori di Casa Pound», giura il dissidente Santino Bozza). Avevano fischiato Tosi e mugugnato quando sul palco era salito Maroni a cui su un cartello avevano messo il naso da Pinocchio. Ecco: «Sono andati fuori dalle regole».
BANDIERE PADANE A LUTTO
Molti oppositori veneti non erano sul pratone, e per loro solo un semplice richiamo. Per essere mandato a casa, invece, al consigliere regionale Furlanetto è bastato andare sul palco sventolando uno striscione che chiedeva «congresso subito». Furlanetto è di Mestre, e adesso ci sono le bandiere padane listate a lutto al balcone della sede lagunare leghista. E’ in qualche modo il luogo simbolo della rivolta dopo che Tosi, dieci giorni fa, l’ha commissariata mandando da Treviso il fidatissimo Muraro a prendere il posto di Pizzolato, quello che ieri s’è preso il cazzotto dall’onorevole Bragantini.
La spaccatura veneta somiglia molto a quella che sta consumando il movimento anche in Piemonte e Lombardia. Però è più chiassosa, più alla luce del sole. Bossiani contro maroniani, ma non solo. Uomini di Tosi contro uomini di Zaia, anche se il governatore si comporta come fosse equidistante. Però è uno dei pochi a lasciare il direttivo salutato dagli applausi: «Ho provato a evitare le espulsioni, purtroppo non mi hanno dato retta».
DIVISIONI ANCHE IN LOMBARDIA
I rivoltosi giurano che a breve la protesta dilagherà nel resto del Nord. Accusano Maroni e i suoi proconsoli di voler uccidere la Lega. Vengono ripagati con eguale moneta dal segretario: «E’ gente che si lamenta perché non è stata rieletta». Si accavallano voci di nuove espulsioni anche a Milano e dintorni, anche se lì c’è l’ostacolo Bossi: «Dovranno fare i conti con me, prima».
E’ una questione di potere, ma anche di numeri. Tosi è diventato segretario del Veneto per pochi voti, ha promesso concordia, poi ha piazzato solo uomini suoi nei posti strategici e nelle liste per le politiche. Gli altri hanno reagito. E chi non l’ha ancora fatto apertamente - Zaia e Dal Lago - si prepara a farlo.