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Data: 14/04/2013
Testata giornalistica: Il Centro
Epurazioni e baruffe il declino del Carroccio

A proporre il dubbio è Giosuè, nel forum Padania.org: «Ma quando Maroni fu eletto segretario della Lega, appena qualche mese fa e non anni fa, non disse apertamente basta con Pontida e con il Po?». Marcia indietro o memoria corta che sia, l'adunata di domenica scorsa nel pratone storico della Lega sembra aver innescato una "fase due" della notte delle scope di un anno fa a Bergamo. «Vedrete che novità!», aveva promesso alla vigilia Calderoli. Ci sono state, ma non del genere previsto: tuoni e fulmini si addensano sulla precaria marcia di un Carroccio duramente bastonato dal voto di febbraio. Al punto da delineare la clamorosa rottura di Bossi, poi smentita; ma sullo sfondo rimane un annuncio di maltempo, legato al giro di espulsioni su cui il neo segretario e presidente della Lombardia in persona ha fatto chiaramente sapere che non ci saranno sanatorie. Tranne, a quanto pare, per Reguzzoni: forse perché è un pesce troppo grosso, e troppo vicino all'ex Grande Capo, per essere spedito in padella assieme agli altri. La tregua che si è delineata ieri è solo provvisoria: ci vorrà un paio di settimane perché i provvedimenti diventino esecutivi. E le voci di dentro spiegano che Bossi ben difficilmente sfascerà il Carroccio da lui stesso creato; ma aggiungono che rimarrà a bordo per ostacolare il più possibile il conducente. Sta di fatto che sembra tutt'altro che concluso lo sciame sismico seguito al terremoto dell'aprile di un anno fa con le clamorose dimissioni del Senatùr dalla segreteria: traumatica conclusione di un processo messo in moto dalla rottura del cerchio magico, e proseguito attraverso un surreale copione fatto di investimenti in diamanti, spese pazze, disinvolta gestione delle casse del partito, demenziali benefit ai famigli del Capo inclusa una laurea-tarocco a distanza in Albania e rimborsi perfino per le consumazioni al bar. Un complotto, avevano gridato (e sostengono tuttora) i pretoriani di Bossi. Intanto, neanche un mese fa l'ex tesoriere del Carroccio al Senato, Stiffoni, accusato di aver utilizzato per uso personale i fondi destinati al suo gruppo (poco meno di un milione di euro), ha patteggiato una pena di due anni e mezzo per peculato. Maroni in Lombardia e Tosi in Veneto tirano dritto nell'operazione-pulizia; gli oppositori non si rassegnano a stare zitti anzi spingono Bossi a rompere; il presidente veneto Zaia sta con il nuovo corso, ma invita a non liquidare il dissenso a colpi di espulsioni, e ad affrontare attraverso il dialogo la difficile ricostruzione della Lega dopo scandali interni e tracolli elettorali. Gli scenari ad oggi rimangono liquidi. Soprattutto in Veneto, dove al neo segretario Tosi gli ultras bossiani imputano non solo i provvedimenti disciplinari, ma anche una linea politica che tende ad allargare l'area d'azione del Carroccio affiancandogli liste civiche e movimenti, un po' sul modello che l'ha condotto a riconquistare alla grande Verona. "Balena verde", l'ha definita qualcuno, riecheggiando il bianco cetaceo democristiano che del Veneto aveva fatto "la sacrestia d'Italia". Un paragone che fa leva anche sul dialogo avviato tra lo stesso Tosi e l'ennesima riedizione della vecchia Dc, il cui nuovo segretario nazionale è veronese pure lui ed ex scudocrociato di lungo corso: Gianni Fontana, già ministro dell'agricoltura nel primo governo Amato. L'accostamento peraltro sfida quanto meno la logica dei numeri: se quella democristiana, per dimensioni, richiamava senza alcun dubbio il gigante dei mari, l'odierna versione para-leghista deve fermarsi bene che vada a una triglia. Resta la realtà di tensioni che attraversano un po' tutte le federazioni venete, a cominciare dalla commissariata Venezia, e da quella della roccaforte Treviso, rivelatasi appena tre anni fa alle elezioni regionali la provincia più verde d'Italia con il 45 per cento: vanno e vengono le dimissioni del segretario Granello, disteso come in un letto di Procuste tra le due parti. E giusto ieri gli organi direttivi del Carroccio veneto hanno decretato un'altra raffica di espulsioni (35), mentre sotto le finestre della sede un centinaio di oppositori manifestavano con tanto di bavaglio alla bocca e nella riunione si arrivava alle vie di fatto, mentre Tosi ha dovuto lasciare la sede con la scorta dei carabinieri. I "lealisti" comunque non demordono, anzi: a Bossi che sollecita un congresso regionale (l'ultimo si è tenuto nel giugno dello scorso anno), ricordano che lui è rimasto dieci anni senza farne uno; e quando sottolinea di non aver mai fatto espulsioni, replicano spiegando che solo a compilare l'elenco dei cacciati ci vorrebbero giorni. Il calendario li soccorre: esattamente il 12 aprile 1984, un gruppo di persone sottoscriveva l'atto di nascita della Lega lombarda nello studio di Varese del notaio Franca Bellorini. Di quel nucleo sono rimasti solo in tre: lo stesso Bossi, l'attuale moglie Manuela Marrone, e il fedelissimo Giuseppe Leoni. Gli altri, fuori. A complicare ancor più le cose ci sono le ormai imminenti elezioni comunali (26 e 27 maggio) in centri strategici per il Carroccio come Brescia, Treviso e Vicenza. Buon senso imporrebbe una tregua. Se non fosse che l'omologazione strisciante della Lega ai vecchi partiti ha finito per demolire anche l'ultima barriera della diversità: la capacità di farsi del male da soli.

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