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Pescara, 24/03/2026
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Data: 14/04/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Bersani: no governissimo. E attacca Renzi

Il leader avverte: la partita del Quirinale non c’entra con
Palazzo Chigi. E sferza il sindaco: indecente dire «fate presto»

LA SINISTRA
ROMA Non sarà una vera e proprio contro-manifestazione, ma certo non si misura solo in chilometri la distanza tra il centro culturale Il Mitreo di Corviale, estrema periferia romana in cui Pier Luigi Bersani ha tenuto un’iniziativa in nome alla lotta alla povertà, e l’elegante piazza di Bari in cui Berlusconi ha arringato il Pdl.
Se il segretario del Pd ha scelto proprio quella periferia romana, una delle più criticate utopie architettoniche degli anni Settanta, è stato proprio per marcare la differenza tra «la vita comune degli italiani» e «le demenziali panzane» di chi per decenni ha «raccontato frottole» e negato la crisi parlando «di ristoranti pieni». I toni di Bersani, che parla davanti a un uditorio non grande e alla presenza dei dirigenti romani e laziali del partito (tranne il segretario regionale, Enrico Gasbarra, che ci tiene a marcare anche fisicamente la sua distanza dall’attuale linea politica del Pd), sono da campagna elettorale.
CAMBIARE SI PUÒ

Ora «cambiare si può» – dice Bersani – e aggiunge, scandendo le parole, che: «Non è vero che siamo tutti uguali». Per il segretario l’obiettivo politico resta non certo un governissimo con il Pdl («ma mi ci vedete a me a fare un governo con Gasparri e Brunetta?!»), bensì «un governo del cambiamento». In mezzo, però, c’è una scadenza non di poco conto, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. E anche lì Bersani mette dei paletti: «Condivisione va bene – dice - ma senza scambi» e «fino a prova contraria». Poi ammette: è possibile pensare di dover accettare un candidato «che non è esattamente quello che penseresti». Del resto, fanno notare i bersaniani, Berlusconi da Bari ha fatto solo un nome che è un veto, quello di Prodi, ergo: lo temono, spazio per trattare fino all’ultimo ancora c’è. Governo e Quirinale – spiega però Bersani – «sono due mestieri diversi». Sul governo rifiuta, appunto, di farsi costringere a un governissimo che produrrebbe solo «una politica paralizzata». E ne ha anche per Monti: «Abbiamo già visto il governo Monti, figuriamoci nella versione politica». Morale: «Io non cedo a Berlusconi», promette all’uditorio.
IL CONVITATO DI PIETRA

Le stoccate più dure, però, sono tutte per un convitato di pietra che sta dentro il Pd, Matteo Renzi. Bersani non lo nomina mai, ma si rivolge a lui diverse volte, e con inusitata durezza. Gli dà dell’arrogante e dell’indecente. L’accusa di «arroganza» Renzi se la becca a causa delle accuse di essersi fatto umiliare dai grillini cui Bersani replica così: «Qualcuno mi ha detto che quello con il M5S è stato un incontro umiliante e questo non l’avrei accettato neanche da mio padre, ma per il bene del partito – e la voce e il volto si fanno tesi, scuri - sto zitto». L’arroganza – è la staffilata - umilia chi ce l’ha». Non basta. «Ritengo indecente che in questa fase difficile ci sia della gente che dica che la politica deve fare presto», anche se l’accusa era pensata anche per Giorgio Squinzi. «Nessuna testardaggine», conclude Bersani: «Ci siamo se serviamo. Se non serviamo, non ci siamo. A cominciare da me». Il guaio è che il tempo stringe.
Domani i capigruppo del Pd vedranno i loro omologhi dell’M5S, poi Scelta Civica e Pdl, infine si riuniranno i grandi elettori del Pd e formalizzeranno, all’ultimo, una rosa di nomi. Il Pd, però, è ancora diviso tra trattativisti che preferirebbero un’intesa con il Pdl che spiani la strada a un governo e oltranzisti pronti a votare un candidato d’area come Prodi.

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