Bersani cerca l’accordo, ma il centrosinistra può eleggere il presidente al quarto scrutinio con 4 voti in più
ROMA Tutti in aula alle 10 di giovedì 18 aprile. Per eleggere il dodicesimo presidente della Repubblica italiana le uniche certezze, per ora, sono la data e l’orario in cui il Parlamento è stato convocato in seduta comune dal presidente della Camera Laura Boldrini. I giochi che porteranno alla scelta del successore di Giorgio Napolitano sono aperti, con i 1.007 grandi elettori chiamati a decidere il nome dell’inquilino del Colle per i prossimi sette anni nella fase politica più caotica della Repubblica. «O lo eleggiamo entro la terza votazione, o il rischio è una guerra per bande» ha vaticinato il democratico Beppe Fioroni. Nella giornata di domani sono previsti gli ultimi adempimenti burocratici: alle 12 ufficio di presidenza congiunto Camera-Senato per verificare la regolarità dei votanti; alle 16 conferenza congiunta dei capigruppo per esaminare il calendario dei lavori. Il ritmo delle votazioni, più che da una regola è scandito da una prassi: due chiamate al giorno, durata media quattro ore, durante le quali deputati e senatori votano a scrutinio segreto depositando nell’urna di vimini e raso verde, ribattezzata «l’insalatiera», la loro scheda. Senza escludere che, senza una decisione, si possa restare in aula anche sabato e domenica. Gli aventi diritto al voto sono 630 deputati, 319 senatori e 58 delegati regionali (presidenti di Regione e di consigli regionali e consiglieri): solo cinque di questi sono donne contro il 30% di presenza femminile nel nuovo Parlamento (del resto mai nessuna donna è salita al Colle), mentre tra i 58 non ci sono rappresentanti del Movimento 5 Stelle, tutti esclusi dagli accordi locali tra gli altri partiti. I voti necessari per eleggere il presidente entro i primi tre scrutini, quando è richiesta una maggioranza di due terzi, sono 672, un quorum che difficilmente potrà essere raggiunto in una situazione di forte conflitto tra le forze in campo. Dalla quarta votazione in poi, però, tutto cambia: sono sufficienti infatti 504 voti, la maggioranza assoluta, un risultato a cui il centrosinistra, in caso di un largo consenso su un nome, potrebbe arrivare raccogliendo solo quattro voti fuori dal proprio schieramento. Che potrebbero arrivare da ogni parte. In Parlamento il Pd e i suoi alleati – Sel, il Centro democratico di Tabacci, il Psi di Nencini, gli altoatesini della Svp, i tre deputati del Maie eletti in America Latina, oltre al senatore a vita Emilio Colombo (l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi non voterà per ragioni di salute) possono contare su una dote di 472 voti, a cui vanno aggiunti i 28 voti dei grandi elettori regionali di area, per un totale di 500 voti. Un presidente di rottura, dunque, potrebbe essere eletto grazie al sostegno di una manciata di parlamentari esterni. Il centrodestra conta 260 voti, 165 il M5S, mentre le liste Monti dispongono di 71 voti, e tra i grandi elettori regionali ci sono 23 esponenti del Pdl, 2 dell’Udc, 4 della Lega e il presidente della Regione Valle d’Aosta, dell’Union Valdotaine. Per arrivare all’individuazione di un nome condiviso, il leader del Pd Pier Luigi Bersani è impegnato in un tour de force: ieri ha incontrato il premier Mario Monti, oggi è previsto l’incontro tra i capigruppo Pd e i Cinque Stelle. Ma lo scontro in atto all’interno del Pd potrebbe modificare lo scenario. La storia delle elezioni presidenziali abbonda di impallinati eccellenti, dati per vincitori dai loro schieramenti e caduti sotto il fuoco amico. Tra le vittime eccellenti c’è stato per esempio Amintore Fanfani, che nel 1971 fu “bruciato” dalle guerre di corrente della Dc assieme ad Aldo Moro: dopo una maratona di 23 scrutini la spuntò Giovanni Leone. E nel 1992, quando Arlando Forlani mancò l’elezione per 20 voti e Giuliano Vassalli fu fermato da 140 franchi tiratori, ci volle la strage di Capaci dopo 16 scrutini a far decidere il Parlamento, con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro.