L’obiettivo resta un’intesa per palazzo Chigi. Dal Cav però segnali contrastantiIl nodo Lega. A sera, la conta dei grandi
elettori insieme ai capigruppo democrat
ROMA Alla possibilità di eleggere il nuovo capo dello Stato con «un’ampia convergenza», Pier Luigi Bersani non ha cessato di credere e ieri ha nuovamente condiviso con Mario Monti una strategia che punta prima di tutto a cercare convergenze con il Pdl di Silvio Berlusconi. Sino a ieri sera l’incontro tra il segretario del Pd e il Cavaliere non era nell’agenda di largo del Nazareno, ma i più stretti collaboratori di Bersani continuano a pensare che sia interesse anche del leader del centrodestra uscire dal surplace e accettare un confronto diretto per evitare che alla fine dalle ceneri dello scontro emerga un solo vincitore: Matteo Renzi.
SURPLACE
Il silenzio del Cavaliere, l’annunciato e avvenuto faccia a faccia Berlusconi-Renzi a Parma e gli attacchi che riservano molti esponenti del centrodestra al segretario del Pd (Bondi: «Bersani non è più il nostro interlocutore»), corrispondono ad una logica che punta ad indebolire il leader del centrosinistra in modo da complicargli dall’interno l’eventuale tentativo di formazione del governo. Una strategia che però rischia di favorire non solo il ritorno alle urne a breve, che Lega e sudisti del centrodestra non vogliono, ma anche l’ascesa del sindaco di Firenze il quale rappresenterebbe una vera e propria insidia per il progetto del Cavaliere di candidarsi a premier per la settima volta.
E’ per questo che a largo del Nazareno si nutre ancora una buona dose di ottimismo e, senza perdere mai di vista il M5S, si continua a lavorare sul lato del centrodestra del Parlamento, anche per non essere accusati di non averci provato. Il tentativo appare infatti molto complicato per i reciproci veti interni al Pd e per le resistenze del Cavaliere nel voler concedere a Bersani - attraverso la comune scelta del capo dello Stato - la possibilità di formare un governo. Più che i nomi sembra questo il nodo che il Cavaliere intende veder risolto prima di dare il via libera ai personaggi che gli proporranno Bersani e Monti.
PD IN TENSIONE
Al primo il Cavaliere imputava ieri anche la difficoltà a tenere unito il partito, ma non c’è dubbio che problemi li ha anche il centrodestra visto che la Lega è alle prese con un rischio di scissione che potrebbe produrre più di un effetto non solo al momento del voto sul Quirinale, ma anche nel voto di fiducia. Allo stato attuale in via Bellerio, sede della Lega, si sostiene che le possibili ritorsioni del Pdl per un’eventuale smarcamento dei senatori del Carroccio di fede maroniana, non riguarderebbero il Pirellone, ma il Piemonte di Cota e il Veneto di Zaia. Due regioni, specie la seconda, nelle quali l’eventuale crisi in regione non farebbe che favorire la Lega di Maroni.
Resta il fatto che ieri sera Bersani ha voluto incontrare i capigruppo di Camera e Senato, Speranza e Zanda, proprio per avere il polso della situazione interna ai 480 grandi elettori del centrosinistra. Le bordate di Renzi sembrano aver ricompattato parte del partito e i nomi circolati ieri sera di possibili candidati sono stati di fatto divisi in due blocchi. Nel primo spiccano Giuliano Amato, Massimo D’Alema e Mario Monti e sono orientati ad un’intesa con il centrodestra e legati alla possibilità di un governo-Bersani. Nella seconda rosa, alla quale si dovrebbe attingere in caso di resistenze da parte del Pdl, spiccano i nomi di Romano Prodi e di Emma Bonino.
BORDATE
Una partizione, questa, condivisa ieri pomeriggio da Bersani con lo stesso Monti e che passa per una chiara intesa: «Non lasciare a Berlusconi lo spazio per dettarci un nome che spacchi il centrosinistra». I suoi descrivono un Cavaliere «alla finestra», pronto ad «infilarsi nelle beghe del Pd» in modo da «trarre il maggior profitto», perché, sostiene Berlusconi, dopo «le accuse di questi giorni Renzi non è più il candidato del Pd». Continuare a cuocere a fuoco lento il partito di largo del Nazareno, ma senza bruciarlo del tutto perché, dopotutto, i destini del Pd sono incrociati a quelli del Pdl e un Renzi che assuma toni anticasta rischia di far implodere il Pd prima che il Cavaliere possa intestarsi la vittoria.