ROMA E dire che ai giornalisti italiani non aveva risparmiato attacchi, insulti, senza escludere vere e proprie beffe. «Oggi è peggio la casta dei giornalisti che quella dei politici» aveva accusato poche settimane fa. Ma il web sovrano ha deciso una inversione di rotta: il candidato al Quirinale del Movimento 5 Stelle sarà Milena Gabanelli. «Mi sento onorata e commossa, e anche sopravvalutata – ha commentato – ci penserò stanotte, non saprei cosa rispondere: è una cosa più grande di me. Conosco Grillo da tanti anni, c’è un’amicizia». La giornalista che da 16 anni guida “Report”, il programma d’inchiesta campione di share su RaiTre, ha superato nelle preferenze Gino Strada, il medico fondatore di Emergency, e il giurista Stefano Rodotà, ex presidente dell’Autorità garante della privacy, distanziando gli altri candidati, dai quali si era sfilato il leader del movimento. Il blog di Beppe Grillo l’ha incoronata senza specificare i numeri della vittoria, una classifica che il comico genovese ha commentato definendo «straordinaria» la scelta: «Non avrei mai pensato a questo risultato» ha ammesso. E proprio mentre il Movimento cominciava ad accarezzare l’ipotesi Rodotà, unica in grado di spaccare il Pd, la scelta dei militanti costringe i Cinque Stelle a ripensare la strategia del voto per la scelta del capo dello Stato, soprattutto di fronte alla possibilità che la giornalista decida di accettare. «La sosterremo alla prima votazione, alla seconda e alla terza – annuncia Grillo – Non so cosa potrà succedere alla quarta (quando è sufficiente la maggioranza semplice e non i due terzi dei voti, ndr). Prima vediamo cosa scelgono gli altri». In caso di rifiuto «passeremo al secondo, Gino Strada, e così via» annuncia, quindi affida a un videomessaggio l’appello al leader del Pd: «Bersani voti la Gabanelli, potrebbe essere un punto d’incontro, un inizio di chissà, una collaborazione?». Una richiesta che i democratici respingono senza esitazioni: «La Costituzione vale per tutti, per noi vale il metodo dei due terzi. Se ognuno arriva con la sua bandierina prima delle votazioni, una intesa è impossibile» è la replica, seguita più tardi dall’ennesima sferzata di Grillo: «Non c'à alcuna apertura al Pd perché i sondaggi darebbero Berlusconi in crescita - dice – la legge sull’incandidabilità dell’uomo di cera (Berlusconi, ndr) è pronta, adesso il Pd dovrà votarla, altrimenti ne risponderà ai propri elettori e al Paese». La candidatura Gabanelli sembra destinata a tramontare in fretta alla prova dell’urna. «Gabanelli è una mossa vincente e straordinaria, ma Rodotà è perfetto e deve essere votato: è un altro nome spendibile benissimo dalla sinistra» sottolinea Grillo. Lo confermano le parole di Paolo Becchi, considerato l’ideologo dei Cinque Stelle: «Se lei e Strada dovessero rifiutare, entrerebbe in gioco Rodotà, la sua candidatura metterebbe in etrema difficoltà il Pd. È una figura di altissimo profilo, i democrat si troverebbero in difficoltà non votandolo». Rinviata a oggi la riunione dei capigruppo Pd-M5S, i giochi sono ancora tutti da fare e i dubbi agitano i parlamentari a Cinque Stelle, che ieri sera si sono incontrati a lungo a Montecitorio per stabilire la linea, in bilico tra due ipotesi: votare fino in fondo il vincitore delle Quirinarie, o cambiare cavallo dalla quarta votazione in poi, come suggerito da Grillo.
Milena, la signora di ferro del giornalismo televisivo
ROMA I premi non si contano. Le querele nemmeno. Il vizio del giornalismo d’inchiesta Milena Gabanelli non l’ha mai perso e così ha conquistati share, consensi e richieste di risarcimenti milionari, una corsa a ostacoli che, tra denunce ritirate e cause vinte, finora è sempre riuscita a vincere. Le ultime battaglie legali le ha ingaggiate contro l’Eni, il colosso dell’energia che per un’inchiesta del dicembre 2012 le ha chiesto 25 milioni di euro per danni all’immagine, mentre proprio alla vigilia della vittoria delle “Quirinarie” a mettere in moto un’azione legale contro di lei è stato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, inferocito per la puntata del 14 aprile sull’affare degli appalti dei bus nella Capitale: «Se era un comizio innocente o il lancio della sua candidatura non lo sappiamo, comunque non è una cosa corretta». Di Milena Jole Gabanelli, nata a Nibbiano, in provincia di Piacenza 58 anni fa, c’è chi racconta che sul lavoro è esigente, a volte persino autoritaria. La definizione che preferisce invece dare di se stessa è «determinata»: «Facciamo un mestiere che non concede distrazioni» ricorda. Il suo disagio, nell’Italia del malaffare e della corruzione, che ogni domenica racconta con “Report”, l’ha sintetizzato in una intervista, con una frase che ai militanti del Movimento 5 Stelle dev’essere piaciuta: «Il male di questo Paese è la sua classe politica. Io negli ultimi anni ho votato contro qualcuno, e non per qualcuno. Credo che l'Italia debba diventare un problema a Bruxelles. Bisogna continuare a essere incazzati. Non aspettiamo che siano gli altri a fare le cose». Lei comincia presto, dopo la laurea in Storia del cinema al Dams di Bologna, iniziando a collaborare con la Rai nel 1982, a 28 anni, come giornalista freelance: prima si segnala ai programmi di attualità, quindi è inviata di guerra per “Speciale Mixer” di Giovanni Minoli. All’inizio degli anni Novanta abbandona la troupe e comincia a muoversi da sola con la sua videocamera, importando in Italia il videogiornalismo e insegnandolo nelle scuole di giornalismo. Nel 1994 Minoli le propone di occuparsi di “Professione reporter”, un programma innovativo che rompe con gli schemi tradizionali e utilizza autori freelance che agiscono sotto la supervisione Rai. Tre anni dopo nasce su RaiTre “Report” che, 16 anni dopo, è considerato il miglior programma d’inchiesta giornalistica della tv italiana, con costi bassi, decine di premi conquistati e un record altrettanto significativo di querele. Nel 2009 la Rai toglie agli inviati del programma la copertura legale che, dopo un braccio di ferro, viene concessa nuovamente nel 2011 davanti al rifiuto di Gabanelli a sottoscrivere il rinnovo del contratto in mancanza di uno scudo aziendale. Ma il rischio di trovarsi di nuovo senza protezione legale è sempre dietro l’angolo.