PESCARA Si salda in Abruzzo il nuovo Fronte Popolare, come qualcuno l’ha già chiamato. Ieri Rifondazione e Movimento 5 Stelle hanno manifestato a Pescara in Piazza Sacro Cuore «contro l’inciucio e a difesa della Costituzione» portando in piazza circa 200 persone. Fianco a fianco il consigliere regionale di Rifondazione Maurizio Acerbo e il deputato 5Stelle Gianluca Vacca. Tutti e due di ritorno dalla manifestazione romana davanti al Quirinale. «Ieri sono andato a Roma con la mia bandiera rossa», ha scritto Acerbo sul suo profilo Facebook, «insieme a quelle M5s e Partito Pirata. Ci siamo trovati benissimo». Per Vacca «gli italiani vogliono cambiare. E non è questione di M5S o meno». Ma non sembra volerlo il Pd, dice il deputato 5 Stelle, visto che «Bersani ha proposto Marini, che è espressione della vecchia politica». Riflette Gianni Melilla, deputato di Sel, una formazione sempre più vicina a Grillo e all’ala democratica che guarda con simpatia al cantiere “post-Pci” aperto dal ministro Fabrizio Barca: «In quattro giorni il Pd ha dilapidato un patrimonio politico costruito in anni di lavoro. Adesso il problema è come ricostruire la sinistra». Già, come? «Si deve farlo su presupposti chiari», dice Melilla. «L’8 maggio Sel farà una manifestazione nazionale su questo tema. Ci sono le basi per andare molto oltre. Vogliamo mettere in piedi un cantiere aperto e costruire un partito della sinistra. Grillo? È inevitabile che ci sia un rapporto col Movimento 5 Stelle. Poi in Abruzzo è il secondo partito, come si fa a non parlare con loro?» Mentre Sel guarda oltre i Pd, il vecchio alleato inizia a fare i conti al suo interno. Ieri i Giovani democratici della provincia di Teramo si sono autosospesi dagli incarichi ricoperti nel Pd per le «scelte scellerate della dirigenza del partito» e in particolare «per quella che porterà alla costruzione di un nuovo governo di larghe intese». Sempre ieri la senatrice Stefania Pezzopane è tornata sulle tormentate votazioni per il Quirinale rifiutando la parte di “capro espiatorio”: «Le ragioni del mio voto a Rodotà sono state esclusivamente politiche. Non ho voluto appiattirmi alle logiche di un gruppo dirigente, incapace di ascoltare. Un gruppo dirigente che ha scelto fin dal primo voto l'inciucio col Pdl, incomprensibile a milioni di nostri elettori, che votando come me per Bersani avevano detto no al governissimo. A non votare Marini sono stati in 200», aggiunge Pezzopane, «nei banchi della destra e della sinistra e non è stato certo il mio voto (che avrei potuto tacere, come hanno fatto in tanti) ad affossarlo. Non c'entra niente l'Abruzzo e tantomeno la ricostruzione dell'Aquila. Strano che alcuni sedicenti “paladini” della ricostruzione si facciano sentire solo ora, mentre in quattro anni non hanno mai mosso un dito per la mia città. Io ho votato secondo coscienza e per profonde ragioni politiche Rodotà per i primi tre scrutini, al quarto scrutinio ho votato Romano Prodi, persona che stimo e su cui il partito sembrava aver ritrovato l'unità. Infine ho votato Napolitano, che è stato la nostra ultima spiaggia, grazie agli errori del Pd». Su certa classe dirigente democratica spara ad alzo zero anche il capogruppo in Consiglio Camillo D’Alessandro in un’intervista a Libero. D’Alessandro critica in particolare i giovani parlamentari Pd di prima nomina (i bersagli principali sono il giovane turco Matteo Orfini e l’ex portavoce Alessandra Moretti) «che cambiano ogni due minuti linea politica sulla spinta di un twit o di un post». Giovani, sottolinea D’Alessandro, selezionati da «primarie decise dagli addetti ai lavori» che «alla prima prova vera se la sono fatta addosso lasciando solo il povero Bersani e facendolo schiantare prima su Marini e poi su Prodi».