ROMA Renzi premier dura lo spazio di ventiquattro ore. «La mia candidatura è sorprendente ma la più improbabile, non credo sia sul tappeto». E’ lo stesso sindaco a smontare le attese dei cronisti che alla vigilia della direzione del Pd hanno tenuto le antenne sulle consultazioni del Quirinale e sulle varie correnti del partito che sembravano inaspettatamente convergere intorno al suo nome per l'incarico del futuro Governo. «La dirigenza del Pd potrebbe sintonizzarsi» diceva anche il capogruppo Speranza, fedelissimo bersaniano, che faceva seguito alla proposta del “giovane turco” Matteo Orfini che per primo aveva avanzato la sua candidatura. Pure dal gruppo di “Areadem” guidato da Franceschini, sembrava arrivare un via libera anche perché a quel punto la strada delle larghe intese era spianata. I renziani già gongolavano: Matteo ricompatta e fa partire il Governo senza troppi dolori, era il ragionamento di alcuni che magicamente comparivano in Transatlantico. «Se Napolitano farà il suo nome non potrà certo declinare» diceva Richetti consapevole che quella candidatura stava crescendo di ora in ora. Ma il primo stop arrivava dal mini vertice convocato da Berlusconi a Palazzo Grazioli: «Tutti ma non lui, Renzi proprio non si può». E anche Sandro Bondi che aveva dato un giudizio lusinghiero è stato costretto a fare marcia indietro. Dal quartier generale del Pd filtrava poi l'orientamento di non fare nomi al Capo dello Stato e durante la direzione lampo arrivava la conferma. Solo Umberto Ranieri dice che «Renzi è la persona giusta» ma nessuno raccoglie, neppure Orfini, giovane turco dell'area sinistra ma pronto a chiudere un patto generazionale con i Renziani, che per primo aveva lanciato il nome del sindaco. A rafforzare la frenata, le perplessità che giungono anche dal Colle: nel quadro che Napolitano si è fatto quel nome non c'è, e sembra poco compatibile anche con lo schema di governo che ha in mente. A dispetto della prudenza davanti ai cronisti, Matteo però ci crede ancora, nelal direzione è circondato da molti esponenti e non solo dai suoi fedelissimi. L'unico che si tiene a distanza è Beppe Fioroni, da sempre in netto dissenso e che vede come il fumo negli occhi un suo eventuale incarico per Palazzo Chigi. Della stessa area anche Tonini spiegava che sarebbe meglio per Renzi fare il percorso completo senza scorciatoie: primarie, conquista della maggioranza nel partito e poi il consenso dei cittadini. I suoi fedelissimi invece spingevano per un'operazione inaspettata ma sulla quale riflettere molto bene. Dallo staff sentivano già profumo di Palazzo Chigi, a convincersi che se Berlusconi frenava la strada era quella giusta. Insomma «se passa il treno ora bisogna salire, mentre se nasce un altro governo, il voto chissà quando arriva». Dal fronte romano dei renziani guidati da Paolo Gentiloni invece, più che profumo di Palazzo Chigi sentivano puzza di bruciato, di una trappola costruita dalla sinistra del Pd che conosce il Pdl e le sue giravolte: appena gli conviene il Cavaliere staccherà la spina e Matteo si brucia. Meglio dunque aspettare. «Da amico gli consiglierei di essere cauto» è l'indicazione che arriva anche da Realacci. «Bruciare nomi sembra essere lo sport preferito nel Partito democratico» dice caustico Pippo Civati. Per ora Renzi si consola con la mostra dedicata ai 500 anni del Principe di Machiavelli allestita a Roma al Vittoriano e guarda caso promossa dall'Enciclopedia Italiana Treccani presieduta da Giuliano Amato, nome in pole position nella sfida. Non torna a Firenze, per ora, ma le speranze di un incarico sono ormai poche. Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano hanno fermato il suo primo assalto e forse per il rottamatore non è stato un male.