ROMA Quirinale, dimissioni di Bersani e incarico a Enrico Letta. Per il Pd è tempo di tensioni e di scelte. Inesorabili. Un passo alla volta, affermano sommessamente alcuni dirigenti in attesa che passi la buriana. E il primo appuntamento per il partito sarà il voto di fiducia al governo Letta insieme alla ricerca di una nuova guida. Il 4 maggio, comunica la presidente dimissionaria Rosy Bindi, si riunirà l’assemblea nazionale del partito. Non c’è ancora l’ordine del giorno ma la questione-Bersani sarà al centro del confronto. Non si tratterà soltanto di affrontare il nodo della ricerca del nuovo segretario - certamente rinviata a un congresso - quanto discutere della natura, del ruolo e della funzione del partito stesso. «Il Paese ha bisogno di noi» ha confermato orgogliosamente Bersani, ribadendo che l’Italia non può affidarsi a generici «spazi politici» ma a partiti di persone in carne e ossa. Sugli errori compiuti, si rimprovera «di non aver detto prima qualcosa ai nostri». Intanto dirigenti e deputati parlano. Nel Pd s’intrecciano discussioni sul ruolo del partito col giudizio verso l’ipotetico governo col Pdl. Apre le ostilità Sergio Cofferati che spiega come la «propensione autolesionistica del Pd è sempre stata molto forte». L’ex segretario della Cgil mette in fila una serie di scelte giudicate sbagliate: la prima, il sostegno al governo Monti invece di andare al voto dopo l’uscita di Berlusconi. La seconda l’aver appoggiato «provvedimenti che hanno aumentato la pressione fiscale, cancellato i diritti del lavoro, mantenuto il precariato». Alla bordata di Cofferati fa eco quella di Ignazio Marino, candidato a sindaco di Roma ed elettore «non pentito» di Bersani: il Pd non è morto «ma l’apparato sì» e contesta severamente «la gestione delle ultime settimane» che è stata «un disastro», da «scena fantozziana». Primo errore, spiega, candidare Marini. Secondo: non appoggiare Rodotà. Le critiche piovono da destra e sinistra. Per la prodiana Carla Zampa il Pd «è ridotto a una federazione di potentati che posseggono filiere di tessere o di voti in Parlamento che poi fanno finta di fotografare le schede per dire cosa hanno votato». Sì, perché è stato «preoccupante», ammette Stefano Fassina, responsabile economico del partito e uomo della sinistra interna, «il fatto che nessuno abbia ammesso di aver silurato Prodi, è una questione morale». Poi c’è la questione governo. «In bocca al lupo Enrico Letta! Vai avanti con coraggio e vedrai che il Pd unito ti seguirà con convinzione e determinazione», scrive con convinzione Anna Finocchiaro su twitter. Sul Pd unito i dubbi però non mancano, al punto che il presidente dei deputati del partito, Roberto Speranza, ammonisce che chi non voterà la fiducia si metterà fuori dal partito. I mal di pancia sul governo però continuano. Da una parte Umberto Ranieri, migliorista di scuola napoletana, avrebbe preferito Renzi. Dall’altra l’ex rottamatore di rito lombardo Pippo Civati spiega di non essere d’accordo: «E’ un governo politicissimo, basato sull’intesa Pd-Pdl, senza scadenza».