«La chiusura di Bankitalia a Pescara è un fatto gravissimo, un impoverimento per il territorio e la collettività, che potrebbe favorire forme malavitose, perché dove non c'è controllo vige l'anarchia finanziaria». Per la Fisac Cgil non si tratta solo di tutelare i 34 dipendenti che verrebbero trasferiti in altre sedi, ma di salvaguardare la legalità. Ieri i vertici del sindacato hanno spiegato le disastrose conseguenze del piano di ristrutturazione della Banca d'Italia che prevede la chiusura di 29 sedi, fra cui quella pescarese.
«Occorre ricordare come siamo arrivati a questo punto - ha esordito Egidio Pizzuto, segretario Fisac Banca d'Italia -. La rete territoriale dell'istituto, infatti, ha già subito una prima ristrutturazione fra il 2008 e il 2010. In quell'occasione né le istituzioni né le forze sociali furono coinvolte e solo grazie al lavoro delle otto sigle sindacali presenti in Bankitalia si è riusciti a far chiudere 32 filiali e non 72». Nel 2011, poi, secondo quanto raccontato dalla Cgil, l'istituto dichiarò che «era stata trovata una stabilità, ma in realtà in questi anni ha continuato a svuotare le sedi di compiti e incarichi». Ed è così che si è arrivati ad oggi, ovvero all'11 aprile 2013, quando è stato presentato il nuovo piano. «A farne le spese saranno i suoi 530 dipendenti, 34 dei quali pescaresi, che saranno trasferiti in altre sedi - ha tuonato Pizzuto -. Per questo, abbiamo interrotto ogni relazione con la banca».
Il piano metterà dunque in crisi moltissime famiglie, che dovranno fare i conti con un pendolarismo extraregionale. «Bankitalia motiva la ristrutturazione con un'analisi dei costi, ma questi non verranno abbattuti - ha spiegato Francesco Trivelli, segretario regionale Fisac Cgil -. Durante la prima ristrutturazione la banca ha messo in vendita gli stabili vuoti, ma non sono stati acquistati, dato l'enorme valore. Poi, non possiamo non ricordare i suoi utili: un miliardo e 130 milioni di euro solo nel 2011». Numeri che dimostrano la buona salute dell'istituto, che, rinunciando alla sua presenza sul territorio, rinuncerebbe anche a sostenere lo sviluppo locale.
«Non ultimo c'è il problema dei posti di lavoro - ha concluso Sandro Giovarruscio, segretario regionale Cgil -. I dati sull'occupazione in Abruzzo sono drammatici: oltre 15mila persone in cassa integrazione negli ultimi 4 anni, la disoccupazione si attesta all'11% e ci sono 62mila persone in cerca di occupazione». Due laureati su tre si recano fuori regione per trovare lavoro, un lavoro di qualità che la Banca d'Italia avrebbe potuto offrire alle future generazioni. Per questo la Cgil, che auspica una mobilitazione totale per fine maggio, chiede al mondo della politica, dell'imprenditoria e delle banche di aprire un dibattito.