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Pescara, 20/03/2026
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Data: 30/04/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Letta: stop all’Imu di giugno, via doppi stipendi ai ministri. Oggi il via libera del Senato «Detassare l’occupazione e no all’inasprimento dell’Iva. Soldi ai partiti, sistema da rivoluzionare»

Fiducia alla Camera con i voti di Pd, Pdl e montiani
La Lega si astiene.

IL PROGRAMMA
ROMA «Un’ultima opportunità di essere degni del nostro ruolo ci è concessa dall’eccezionale scelta» compiuta da Giorgio Napolitano in «una delle stagioni più complesse e dolorose della storia unitaria». E «accogliendo il suo appello, intendo rivolgermi a voi con il linguaggio sovversivo della verità». Così Enrico Letta nell’esordio del discorso per la fiducia alla Camera in cui il premier ha «rivendicato con forza l’importanza di un temporaneo governo di servizio al Paese, tra forze sicuramente lontane e diverse tra loro, che si sono presentate come alternative alle elezioni e la cui convergenza è sicuramente un’eccezione». Convergenza che si è tradotta in serata in una fiducia passata a larga maggioranza con i voti di Pd, Pdl e Scelta Civica: 453 sì, 153 no e 17 astenuti tra cui la Lega. Replica oggi al Senato con un altro voto da cui non sono attese sorprese.
POSIZIONI LONTANE
Un voto «non facile», lo aveva definito Letta, per la «eterogeneità delle posizioni» delle forze a sostegno del suo esecutivo, ma delle cui istanze il presidente del Consiglio ha mostrato di tener conto, annunciando che il cavallo di battaglia del Pdl, l’abolizione dell’Imu, entrava nel programma di governo con «lo stop ai pagamenti di giugno della tassa sulla prima casa per dar tempo a governo e Parlamento di elaborare insieme una riforma complessiva». Riforma inserita in una «politica fiscale della casa che limiti gli effetti recessivi in un settore strategico come quello dell’edilizia». Di contro, Letta ha dato spazio alle tematiche del lavoro, particolarmente a cuore al Pd, assumendole come «la prima priorità del mio governo», perché - ha osservato - «solo con il lavoro si può uscire da questo incubo di impoverimento e imboccare la via della crescita», dal momento che «di solo risanamento l’Italia muore e le politiche per la ripresa non possono più attendere». Di qui il progetto di «ridurre le tasse sul lavoro, l’allentamento del Patto di stabilità, la rinuncia all’inasprimento dell’Iva». Il tutto nel quadro di una politica di contenimento fiscale che però dica «basta ai debiti che troppe volte il nostro Paese ha scaricato sulle spalle delle generazioni successive».
RECUPERO DELLA DECENZA
Con un altro passaggio del suo intervento, durato 50 minuti e interrotto da una trentina di applausi, il premier si è guadagnato il sonoro consenso dei grillini, altrimenti rimasti immobili per tutto il resto del discorso. E’ stato quando, invitate le forze politiche a «recuperare decenza, sobrietà, scrupolo, senso dell’onore e del servizio», Letta ha annunciato che «per dare l’esempio - e dico al Parlamento una cosa che nemmeno i miei ministri sanno ancora - il primo atto del governo sarà quello di eliminare con una norma d’urgenza lo stipendio dei ministri parlamentari, che esiste da sempre in aggiunta alla loro indennità». Applausometro ai massimi anche col concorso dei pentastellati rimasti, invece, molto più tiepidi quando il presidente del Consiglio ha annunciato una «rivoluzione», ma non l’azzeramento, del finanziamento pubblico ai partiti. Nei cui confronti Letta ha pure avuto parole assai dure: «Tutte le leggi introdotte in materia dal ’94 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari, non erano rimborsi ma finanziamento mascherato, per un ammontare troppo elevato. Confermato dalla Corte dei Conti: 2 miliardi e mezzo di euro a fronte di spese certificate di mezzo miliardo. Il sistema - ha aggiunto - va rivoluzionato abolendo la legge e introducendo misure di controllo e di sanzione anche sui gruppi parlamentari e regionali», prevedendo anche la libera contribuzione del cittadino accompagnata da opportune detrazioni fiscali. Nelle misure per la riduzione dei costi della politica, prevista anche l’abolizione delle Province.
Applausi di nuovo al picco quando Letta ricorda i carabinieri feriti domenica davanti a palazzo Chigi, dicendo di essere stato colpito «dalla forza e dalla fermezza della figlia del brigadiere Giangrande, Marina» e invitando il Parlamento a stringersi alla ragazza e alle Forze dell’ordine. Calorosi applausi, soprattutto dai banchi del Pd, un pò più di circostanza dagli altri - all’omaggio reso da Letta, quasi all’inizio del suo intervento, alla «generosità e lealtà con cui Pierluigi Bersani mi ha sostenuto».
18 MESI O TUTTI A CASA
Dedicata alle riforme istituzionali la parte finale del discorso del premier: «Una via stretta ma possibile», che potrebbe essere facilitata dall’istituzione di una «Convenzione aperta anche alla partecipazione di autorevoli esperti non parlamentari», a cui Letta dà 18 mesi di tempo per «avviare il progetto verso un porto sicuro». Trascorsi i quali, «se veti e incertezze dovessero impantanare tutto per l’ennesima volta, non avrei esitazione a trarne immediatamente le conseguenze». Tra i compiti della Convenzione il superamento del bicameralismo paritario e, soprattutto, cancellare il porcellum. Di qui l’invito ad assumere «il solenne impegno che quella dello scorso febbraio sia l’ultima consultazione elettorale che si svolge sulla base della vigente legge». A questo punto, un inciso del premier che, «a livello meramente personale», afferma di preferire, in mancanza di alternative, il ritorno al Mattarellum.
CERTEZZA DEL DIRITTO
Anche la giustizia è stato «un importante argomento di contesto» nel discorso del premier, «in quanto solo con la certezza del diritto gli investimenti possono prosperare». Quindi, a cascata, «l’impegno per la moralizzazione della vita pubblica, la lotta alla corruzione, una ferrea lotta all’evasione fiscale da coniugare con un fisco amico dei cittadini, dove la parola Equitalia non debba provocare brividi» e, non ultima, la necessità di «non avere più una situazione carceraria intollerabile» che ha portato a «un eccesso di condanne della Corte dei diritti dell’uomo». Non lontana dalle esigenze di giustizia la logica della nomina di Cecile Kyenge al ministero dell’integrazione. La cui scelta, ha osservato il premier, «significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse». Infine, la raccomandazione per un welfare «più universalistico e meno corporativo» e l’impegno prioritario a intervenire sul nodo degli esodati con i quali «la comunità ha rotto un patto».

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