Un percorso stretto e complesso quello delle pensioni. Da un lato la vita si allunga sempre di più e quindi le pensioni restano in vita più a lungo; non solo, ma attraverso le pensioni indirette e quelle di reversibilità la vita delle pensioni va ben al di là di quella del pensionato. Dall’altro lato per via della crisi economica e della crisi occupazionale il numero dei lavoratori, in particolare di quelli giovani, si va riducendo, il che costituisce un fortissimo danno sociale ed economico di per sé, che però si dilata perché si riduce anche l’ammontare dei contributi previdenziali che vengono versati, mettendo quindi in sofferenza tutto il sistema economico e previdenziale.
Che l’età al pensionamento dovesse elevarsi non ci sono dubbi. Oggi una persona di 60 anni può aspettarsi di vivere ancora 22 anni se uomo e 26 anni se donna, e se sposato il coniuge sopravvivente, generalmente la donna, può aspettarsi di vivere ulteriori 10 anni circa. Un gran privilegio quello di noi occidentali, e in particolare di noi italiani, di poter godere di una vita così lunga, che però tende a mettere in difficoltà le spese pubbliche. Se l’uomo di cui si diceva ha cominciato a lavorare a 20 anni e lo ha fatto ininterrottamente per 40 anni, allora vuol dire che ha versato contributi per 40 anni; ma per i primi 20 anni della sua vita ha fruito dei contributi della collettività per la sua istruzione (la scuola dell’obbligo è gratuita e dopo le tasse scolastiche si sa bene che coprono solo assai parzialmente i costi) e per la sua salute. Mentre per i residui 22-26 anni di vita fruisce dei contributi della collettività per la sua pensione e per la sua salute (con costi sanitari che sono crescenti e di molto all’avanzare dell’età). Dopo la morte, come si diceva, sarà il sopravvivente a fruire, sia pure parzialmente, per molti altri anni dei contributi della collettività per la pensione. Si vede chiaramente che non ci possono essere marchingegni di ingegneria previdenziale che possono riequilibrare una situazione del genere. E questo per indicare alcuni degli elementi più grandi del sistema, perché poi ci sono altri problemi come i contributi che non vengono versati nei periodi in cui non si lavora o periodi in cui vengono versati solo in maniera figurativa e non effettiva o, per alcuni dipendenti statali, promozioni che vengono elargite l’ultimo giorno di lavoro proprio al fine di far elevare la pensione erogata, senza che a fronte di questa elargizione ci siano alle spalle contributi effettivamente versati. Per non parlare poi dei vitalizi concessi ai politici senza una effettiva contribuzione alle spalle. Insomma l’elevazione dell’età al pensionamento era davvero necessaria (e questo nulla toglie ai sacrosanti diritti di coloro che sono rimasti stritolati, ai cosiddetti esodati senza più lo stipendio e senza ancora la pensione).
Che l’occupazione dei giovani debba elevarsi non ci sono dubbi, ma qui la situazione è ancora più complessa. Attenzione infatti a non fare la facile equazione che trattenere gli anziani al lavoro toglie posti di lavoro ai giovani, perché assai spesso il lavoro lasciato libero dagli anziani che vanno in pensione non è gradito ai giovani che hanno titoli di studio decisamente superiori a quelli dei loro padri e che quindi ritengono non gratificanti i posti che si rendono disponibili. Si consideri che il titolo di studio prevalente per coloro che sono fra i 60 e i 70 anni è la scuola elementare o la scuola media, mentre il titolo di coloro che sono fra i 25 e i 35 anni è la scuola media superiore o la laurea. Ecco perché vi è non solo uno squilibrio quantitativo fra domanda e offerta di lavoro, ma vi è anche uno squilibrio qualitativo fra lavori disponibili e lavori desiderati. Questo doppio squilibrio è stato finora ripianato dai lavoratori stranieri che hanno accettato un lavoro qualunque fosse e dovunque fosse, così che l’Italia è uno dei Paesi in cui il lavoro straniero è cresciuto più in fretta e più intensamente. Se non ci fossero stati loro, la crisi produttiva italiana sarebbe stata ancora più grave di quella che si ha. Ai giovani italiani finora ha pensato la famiglia, che però economicamente e socialmente comincia a essere in affanno e non potrà quindi sostenere ancora molto a lungo questo fardello.
E allora, che fare? Conta in primo luogo l’impegno di tutti noi, per accettare i lavori disponibili, per lavorare di più nella settimana e nella vita e non di meno lavorare meglio, anche perché la concorrenza internazionale a fare i non molti lavori liberi è fortissima. Conta, in secondo luogo, eliminare il criterio della anzianità di servizio come elemento per fare carriera ma invece si deve fare riferimento soltanto al merito. Conta in terzo luogo frenare il processo di deindustrializzazione facendo riferimento alla responsabilità sociale dell’impresa, ma pure a quella di tutti gli altri elementi che la sostengono o la dovrebbero sostenere, compresa la pubblica amministrazione e finanche la magistratura che in alcuni casi, con la chiusura di interi settori produttivi, sembra andare oltre le responsabilità individuali.
La sfida è immensa: in Italia lavorano circa 22-23 milioni di persone e dovrebbero lavorarne 29-30 milioni. Il lavoro è poco e, come si diceva, la concorrenza internazionale fortissima. Soltanto con un possente e vigoroso impegno di tutti potremo tentare di salvare lavoro e pensioni.