ROMA È una decisione rispetto alla quale il governo non intende tornare indietro per salvare una politica in debito perenne di credibilità. Sull’abolizione dei contributi pubblici ai partiti Enrico Letta ha messo la faccia ed è pronto ad andare avanti a ogni costo: «Se dopo l’estate il testo non sarà stato approvato, per sbloccarlo siamo pronti a intervenire per decreto. Non arriveremo alla fine dell’anno senza avere abrogato il finanziamento» ha annunciato il premier. Ma la strada da battere, chiarisce, è quella del disegno di legge, per essere «rispettosi della Camera e delle opposizioni». Senza alcuna intenzione «di escludere Grillo», nonostante il leader del Movimento 5 Stelle abbia subito gridato al bluff. «È un grande risultato – commenta il ministro dell’Interno Angelino Alfano – sono convinto che in Parlamento nessuno si sottrarrà». Ma certo il rischio che la legge si incagli nelle secche delle procedure, come denuncia il leader dell’IdV Antonio Di Pietro, esiste. «L’abolizione è uno strumento estremo, ma non possiamo far finta di voler cambiare le cose e una volta presa questa strada dobbiamo andare fino in fondo, ne va della credibilità della politica» commenta il titolare delle Riforme Gaetano Quagliariello il giorno dopo il via libera del governo al provvedimento. «L’esecutivo ha preso un impegno, e se verrà stravolto dovrà reagire con gli strumenti che ha. Vorrei più trasparenza nei finanziamenti e detrazioni vere per chi dona soldi e finanzia la politica – sottolinea – infine lo Stato, anziché soldi, deve dare servizi: accesso in tv, sede, esenzioni postali, elettricità». Ma la democrazia, ricorda, «ha un costo insopprimibile», e dunque bisognerà procedere «con serietà, senza cedere all’antipolitica». La ricetta di Letta è questa: i cittadini potranno sostenere i partiti con il versamento dell’1 per mille, come accade oggi con il 5 per mille a chiese ed enti. Con due possibili opzioni. La prima è che i soldi vadano al partito scelto dai contribuenti. La seconda è che tutte le donazioni finiscano in un unico fondo, per poi essere distribuite sulla base dei risultati elettorali. Potrebbero inoltre sopravvivere i rimborsi, limitati però a spese rendicontate, eliminando il meccanismo automatico voti-contributi. Ma il sistema non è immune da rischi, e mentre il sindaco di Firenze Matteo Renzi parla di una «vittoria per l’Italia» e Massimo D’Alema si dice favorevole «a un meccanismo che consenta ai cittadini di finanziare i partiti, magari con un’agevolazione fiscale», si moltiplicano le voci di chi teme che il taglio dei finanziamenti pubblici assesti il colpo finale ai partiti e apra la strada al loro asservimento a gruppi di potere. I più preoccupati sono i tesorieri, che devono fare i conti anche con i timori dei dipendenti, 400 persone solo per Pd e Pdl: «Non possiamo mettere sul lastrico le famiglie» dice Maurizio Bianconi, Pdl. «Serve un tetto massimo alle grandi donazioni dei singoli e serve gradualità – dice Antonio Misiani, Pd – licenziare è l’ultima cosa che voglio fare». La richiesta è una fase di transizione, magari il mantenimento di un finanziamento parziale. Il Südtiroler Volkspartei (Svp) parla di «catastrofe»: «Con l’abolizione completa perderemmo circa 400 mila euro, sarebbe una follia» dice il segretario organizzativo Philipp Achammer. «È un grave errore – ripete Fabrizio Cicchitto, Pdl – senza finanziamento, rischiamo una politica dominata da grandi gruppi editoriali e dalle lobby». Alessandro Cattaneo, presidente dell’Anci, parla di provvedimento «giusto», ma avverte: «Appena le aziende cominceranno a dare soldi ci saranno inchieste giornalistiche d’assalto sul rapporto poco chiaro tra privati e politica». Perché, ricorda il sindaco di Torino Piero Fassino, «la politica costa, e in tutti i Paesi europei è previsto un sostegno».