ROMA La possibilità che l’aumento dell’Iva dal 21 al 22% slitti da luglio a dicembre («Dico che ci proveremo a evitarlo ma che non lo decidiamo noi: quell'aumento nasce nel 2011» ha ripetuto ieri il premier Enrico Letta) sembra assumere contorni sempre più nitidi e concreti. Le indiscrezioni di questi giorni sono state infatti confermate dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi che, parlando a Bologna all’inaugurazione della nuova stazione ferroviaria per l'Alta Velocità, non si è sottratto di fronte a uno dei temi più caldi di attualità economica, definendo l’ipotesi «plausibile». L’uso dell’avverbio «immediatamente», da parte del ministro, non è che un ulteriore indizio sulle intenzioni del governo Letta. Che ha di fronte a se tre settimane di tempo per congelare un provvedimento contro il quale, da mesi, si battono imprese, sindacati e associazioni dei consumatori. Un fronte unico preoccupato del fatto che il ritocco di un punto dell’aliquota standard dell’imposta, in una fase di crisi, possa deprimere ulteriormente i consumi soffocando la possibile ripresa. Prevista per il 2014.
LA STRATEGIA
Una preoccupazione condivisa da Lupi che ha ricordato il fatto che uno degli obiettivi dell’esecutivo bipartisan è quello di «evitare l'aumento dell'Iva perché la priorità è dare slancio alla crescita e quindi speriamo che possa essere dato un segnale urgentemente forte da questo punto di vista». Il problema, ovviamente, è quello di riuscire a trovare le risorse per coprire lo slittamento. E su questo punto, sempre ieri, una traccia l’ha offerta Fabrizio Saccomanni. Il quale, intervenendo al Consiglio Italia-Usa di Venezia, ha ammonito che l'Italia, dopo essere uscita dalla procedura per deficit eccessivo, può ridurre le tasse recuperando risorse unicamente da una riduzione di spesa e incentivi. «Dobbiamo ridurre le tasse sulle aziende e sul lavoro e le risorse le dobbiamo trovare tagliando le spese, i sussidi e gli incentivi, in passato dati troppo generosamente» ha affermato il ministro dell’Economia. Senza fare follie, però. Perché ogni intervento di allentamento della pressione fiscale non può non tener conto dei vincoli sulla tenuta dei conti pubblici concordati con Bruxelles. Saccomanni ha infatti sottolineato che il governo non intende riportare il deficit sopra il 3% del Pil. «L'Italia – ha ricordato il titolare del dicastero di Via XX Settembre – è stata considerata in condizioni sufficientemente buone per evitare la procedura per deficit eccessivo e si tratta di una cosa positiva, ma vogliamo rimanere fuori dalla procedura e non vogliamo usare lo spazio di manovra per tornare sopra il 3%». Un altolà senza possibili equivoci nei confronti di un uso disinvolto della finanza pubblica. «Ci sono margini che possono essere usati e alcuni li abbiamo usati per saldare certi debiti della Pa e penso che stiamo facendo proposte per far ripartire la crescita in diverse aree», ha ricordato Saccomanni annunciando «misure a breve sulle liberalizzazioni e sullo snellimento burocratico». Nessun dubbio sul fatto che l’Italia uscirà dalla crisi. «Abbiamo problemi strutturali che vanno affrontati con riforme, investimenti e apertura al mercato internazionale» ha detto il ministro spiegando che per superare le difficoltà «bisogna fare le cose giuste». Quanto alla polemica dell’ad di Fiat Sergio Marchionne nei confronti della Bce, che per il manager dovrebbe fare di più per svalutare l'euro, il ministro ha preso le difese di Francoforte. «La Bce è stata in grado di adottare politiche monetarie che ridurranno i rischi di grandi disastri», aggiungendo che quello che è stato fatto dall’Eurotower è molto importante perché «se oggi non abbiamo il rischio del cigno nero, lo si deve al fatto che è intervenuta».