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Data: 11/06/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Lega travolta anche a Treviso resa dei conti nel Carroccio

TREVISO Tutti a Treviso per saggiare lo stato di salute della Lega. La diagnosi è atroce: la Lega sta a zero e Giancarlo Gentilini, il teorico della superiorità della «razza piave», sta ancora più in basso. Il Carroccio perde la sua mecca, la città dove ha spadroneggiato per vent’anni con o senza Berlusconi, il punto di riferimento che alimentava i sogni leghisti d’ogni dove: «Ah, se avessimo dappertutto le percenutali di Treviso la padania nascerebbe in un amen». Oggi l’encefalogramma della padania è piatto.
Le pistole del sindaco sceriffo hanno sparato a salve. Aveva promesso di fermare «l’avanzata dei bolscevichi», e ora i bolscevichi danzano sotto le finestre del suo ufficio in Comune (ancora per pochi giorni), hanno le bandiere del Pd, portano in trionfo il vicitore Giovanni Manildo, fanno la fila per abbracciare Said Chaibi, giovanotto marocchino bollato dai leghisti come il portatore del virus dell’islamizzazione. Ora l’avranno come avversario in Consiglio comunale, come se gli schiaffi alla Lega non fossero abbastanza.
Gentilini è arrivato al 44,5 per cento; Manildo ha chiuso undici punti avanti, 55,5. «E’ finita la mia era» commenta lo sceriffo «ma è finita anche quella della Lega e del Pdl». Ha chiaro quel che lo aspetta: «Ho 84 anni, devo solo scomparire dalla scena politica». Gianpaolo Gobbo, che è stato l’altro sindaco leghista di Treviso nel ventennio padano, è ancora più severo con sé stesso: «Sono in politica dall’80, ho avuto incarichi di ogni tipo. Mi hanno chiesto di candidarmi ancora come consigliere, ho preso appena 77 voti. Sono fuori gioco, e mi taccio».
I VERTICI

Chissà se a Milano, in via Bellerio, qualcuno sta pensando di fare autocritica allo stesso modo. Pure ai piani alti del partito avevano puntato tutto sul bastione veneto: «Aspettiamo il ballottaggio di Treviso e poi parliamo» aveva detto Bobo Maroni dopo il disastro del primo turno, quindici giorni fa. E’ venuto fin qua per il comizio di chiusura, ha imposto che ci venissero Flavio Tosi e un riluttante Luca Zaia. Il ballottaggio è arrivato e Maroni continua a tacere. Del resto, cosa dire quando in tutti i Comuni del nord dov’era in corsa la Lega ha perso?
In Brianza il centrosinistra ha fatto man bassa nelle roccaforti di Lega e Pdl, a Brescia il Pd ha fatto il ribaltone conquistando il sindaco, in Veneto su otto ballottaggi il centrodestra ne ha vinto uno solo a Villafranca, ma il Carroccio correva per i fatti suoi ed è tagliato fuori. Così, c’è da immaginare che i musi lunghi dei leghisti trevigiani che elaborano la sconfitta con uno spritz al bar sussurrando insulti «agli stalinisti» che sfilano a distanza siano gli stessi musi lunghi di Lodi e di San Donà di Piave, di Cinisello Balsamo e di Brescia.
A Maroni e ai suoi di motivi per consolarsi ne rimane forse uno: per pochi voti la Lega si è vista soffiare il sindaco pure a Brugherio, dove in campagna elettorale si era fatto vedere Umberto Bossi. Se il Carroccio avesse perso dappertutto e vinto nell’unico posto dove il vecchio capo ci ha messo la faccia, i bossiani avrebbero avuto un argomento in più per mettere sotto accusa l’odiatissimo Bobo. Che è poi ciò che il segretario e i suoi uomini temono di più, infatti fanno gli esorcismi. Matteo Salvini: «E’ una batosta, ma nessun dramma. Se smettiamo di litigare e torneranno i risultati».
Magari è possibile non fare drammi, più difficile smettere di litigare. A urne ancora calde il brusio del dissenso è già un rumore assordante, specie in Veneto dov’è sotto accusa Flavio Tosi, segretario regionale e proconsole di Maroni: «Se ne deve andare subito» invoca l’ex deputata Goisis, e non è una voce isolata. Perfino un ortodosso come Leonardo Muraro (presidente della Provincia di Treviso) non riesce a far finta di niente: «Dobbiamo sederci tutti attorno a un tavolo e capire come ripartire». Come ad ammettere che la Lega si è fermata o, come dice Salvini, che «è andata a sbattere contro un muro».
Maroni tuttavia non ha alcuna intenzione di concedere lo scalpo di Tosi agli avversari interni. Sarebbe un segno di debolezza, un cedimento a chi nel partito gli chiede apertamente di cambiare strada. Magari, come suggerisce Gobbo, «parlando un po’ meno di macroregione e un po’ più di cose che la gente sente come sue». Ammesso che la gente voglia ancora starli ad ascoltare.

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