PESCARA «Vuole una previsione? O c’è l’accordo di tutti o qui non si fa neanche il Consiglio». C’è molto nervosismo nella maggioranza per le resistenze nate sul progetto di legge che prevede l’incompatibilità della carica di assessore regionale con quella di consigliere (e dunque obbliga alle dimissioni, lasciando il posto al primo dei non eletti, il consigliere che fosse chiamato a far parte della giunta). La norma aumenta di 6 i seggi in consiglio e va a incidere, tra l’altro, sullo statuto regionale varato il 2 aprile 2013 (appena due mesi fa!) che prevede un consiglio di 29 membri più il presidente eletto e lo sfidante, e una giunta di sei assessori di cui solo il 20% (quindi un assessore) di nomina esterna. Probabilmente l’accordo sull’incompatibilità non ci sarà. Ieri ci sono stati contatti tra i gruppi del Pdl e del Pd, ma non si sono fatti passi avanti. Il Partito democratico, annuncia il capogruppo Camillo D’Alessandro, presenterà 560 tra emendamenti e subemendamenti, dunque si prepara a fare ostruzionismo. Anche Rifondazione proporrà di cancellare, come dice Maurizio Acerbo, «il trucco per aggirare la riduzione dei componenti del consiglio imposta dalla legge nazionale». In subordine, nel caso la legge venisse messa ai voti, chiederà che l’aumento dei costi degli organi politici (stabilito dagli uffici in 640.000 euro annui) «sia coperto attraverso una corrispondente riduzione delle indennità di assessori, consiglieri, presidenti e vicepresidenti». Oggi invece per mantenere la cosiddetta invarianza dei costi, la leggina prevede di tagliare sulle voci del funzionamento della macchina amministrativa del consiglio, un’ipotesi che ha fatto già inalberare i sindacati, che annunciano una segnalazione di «incostituzionalità» al governo. La situazione è talmente delicata che ieri anche il presidente della giunta Gianni Chiodi si è sentito in dovere di spendere la propria autorità in difesa della leggina e di attaccare chi l’ha criticata («Volgare tentativo di svilire quanto di buono è stato fatto sulle nuove regole»). Per Chiodi i partiti non lavorano per «il poltronificio» né per «lo sperpero del denaro pubblico», perché «l'incompatibilità non costerà al cittadino abruzzese un euro in più», mentre la questione vera posta dalla legge è «di efficienza e di produttività della politica, di governabilità, di coerenza programmatica da tutelare come obbligo verso l'elettorato». Chiodi attacca anche il Pd per aver giocato «la carta della delegittimazione» dopo aver convenuto sull’opportunità della legge, ricordando il «raggiungimento di un'ampia maggioranza che comprendeva anche il Pd, rappresentato in sede di commissione dal consigliere, Giovanni D'Amico» (il Pd smentisce, parlando di condivizione riguardo alla sola ammissione del provvedimento all’ordine del giorno). È sulla linea di Chiodi anche un politico non sempre accomodante con la maggioranza come l’assessore Gianfranco Giuliante: «Non prevedere l’incompatibilità significa ipotizzare che nel 90% delle sedute manchi il numero legale, perché oggi gli assessori sono continuamente impegnati sui tavoli nazionali. Dunque o si stabilisce che l’assemblea va messa in condizioni di legiferare o rischiamo di pagare un prezzo importante alla demagogia». Ora il rischio è che il mancato accordo sulla incompatibilità possa far saltare anche la modifica della legge 51/2004, la cosiddetta antisindaci. La legge prevede che un sindaco di un comune sopra i 5mila abitanti, un presidente o un assessore provinciale per candidarsi alla regione debbano dimettersi dalla carica 90 giorni prima della presentazione delle liste. Il Pdl vuole modificarla obbligando alle dimissioni 60 giorni prima «della fine della legislatura» (quindi il 15 dicembre). Le Province chiedono l’abrogazione della legge e sono già in rivolta (vedi servizio in basso). Andrà invece accantonata l’ipotesi della doppia preferenza uomo/donna. Nessuno dei partiti la vuole, tranne le componenti femminili. Ma Nicoletta Verì (Scelta civica) annuncia lo stesso un emendamento: «Non si tratta di “quote rosa”, ma di una opzione facoltativa, una possibilità in più di uguali possibilità ai nastri di partenza».