ROMA Silvio Berlusconi rientrerà a Roma nella tarda mattinata di oggi. Questa volta, nonostante il Capo mal digerisca le processioni a palazzo Grazioli, sarà impossibile impedire vertici e via vai. Vero è che il Cavaliere ha in testa un solo chiodo fisso, i suoi processi, e il timore di finire nel tritacarne per le sentenze alle porte. La pronunzia della Consulta sul legittimo impedimento per il processo Mediaset del 19 giugno è però molto più attesa (potrebbe far scattare una salvifica prescrizione di una sentenza vicina al terzo grado) e preoccupante della sentenza Ruby (24 giugno). Ma è altrettanto vero che ieri, ad Arcore due colloqui tutti politici Berlusconi li ha avuti.
RIUNIONI AD ARCORE
Il primo con Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia e presidente dell’Anci, nonché formattatore ante litteram del Pdl, e il secondo con Daniela Santanché. Entrambi hanno riguardato la forma partito del Pdl. Paradossalmente, al fronte governativo del Pdl, alfaniani in testa, ha dato quasi più fastidio quello con Cattaneo che quello con la Santanché. «Abbiamo parlato anche del partito – racconta Cattaneo - Qualche dirigente è un po’ spremuto e deve passare la mano». Apriti cielo. Per quanto Cattaneo neghi di aver ricevuto offerte dal leader, sia le colombe che la vecchia guardia (in molti casi coincidenti) hanno avuto un travaso di bile. Senza dire che gli alfaniani ortodossi ricordano bene che Cattaneo si proponeva di rottamare proprio Alfano, mentre gli ultrà-berluscones sibilano: «Silvio, quando vede Angelino in tv, dice che non ha carisma, è solo giovane. Ora ne testa uno più giovane di lui…». Poi c’è la Santanché, leader dei falchi di via dell’Umiltà che ha portato al Cav un piano di riorganizzazione del Pdl. «Sarà Berlusconi stesso a comunicarlo», annuncia lei, ma già il fatto che vi abbia lavorato insieme a Verdini e Capezzone lascia capire quale sarà il mood.
VELENI E SOSPETTI
Del resto, «il Pdl oggi non c’è più – commenta la Santanché – e non ci sono più i suoi alleati. Serve un nuovo modello». Il liberal Giancarlo Galan, nel cortile di Montecitorio, spiega meglio di cosa si tratta: «Basta con le tessere, i congressi, i direttivi, il corporativismo, la struttura pesante di partito che ci ha portato lontani dalla gente. Dobbiamo tornare allo spirito del ’94 e a Forza Italia. Magari una Forza Italia 2.0». Poi si gira e, pensando di non essere ascoltato, confida a una collega di partito: «Quelli che stanno al governo, i traditori, entreranno nel nuovo partito di Letta di cui sono già nell’orbita e daranno vita a una neo-Dc. Noi e quel che resta della destra federata con noi saremo l’unica alternativa a loro e alla sinistra». Fabrizio Cicchitto, ormai in aperta rotta con la Santanché, sbarra il passo ai movimentisti: «La definizione di un modello di partito non può essere realizzata attraverso un’operazione del tutto verticistica senza alcun confronto collegiale e collettivo». Maurizio Gasparri chiede «un partito radicato, non un partito leggero» e Altero Matteoli «organizzazione territoriale». Tutte cose che il Cav aborre. Male che vada finirà come prevede Michaela Biancofiore: «Il Pdl resti così com’è e accanto nasca Forza Italia». Col primo a fare da bad e la seconda da new company, ovvio.