ROMA L’ultima notizia in ordine di tempo è arrivata con l’ annuncio della chiusura dello stabilimento di Spini di Gardolo, a nord di Trento, da parte della multinazionale Whirlpool. A casa resteranno 470 lavoratori. Nelle stesse ore passavano la notte all’aperto e sopra i silos della fabbrica, 13 lavoratori dell’Italcementi che protestavano contro la chiusura dello stabilimento di Vibo Valentia. A Copparo, in provincia di Ferrara, la Berco, di proprietà della multinazionale tedesca ThyssenKrupp vuole licenziare 611 lavoratori. Si tratta della più grande azienda metalmeccanica dell’Emilia-Romagna che produce cingoli per macchine movimento terra e macchine per l’agricoltura. In Italia ha 4 stabilimenti. I lavoratori accompagnati dagli amministratori pubblici hanno persino svolto un corteo a Essen, dove ha sede la multinazionale. Un disastro dietro l’altro che tocca in profondità anche la Sardegna con l’ultimo capitolo della chimica nell’ex grande stabilimento di Porto Torres (chiusura Vinyls) e nel deserto occupazionale del Sulcis e della Sardegna centrale. La bufera che sta travolgendo il lavoro italiano colpisce ad ogni latitudine e coinvolge tutti i settori. Dall’Ilva di Taranto all’Elettrolux, dalla Mariella Burani all’Italcementi, sono poco meno di 140 i tavoli di crisi aperti al ministero per lo Sviluppo economico (Mise). Ufficialmente riguardano almeno 151mila lavoratori. L’elenco delle vertenze che sono passate su quei tavoli o che ancora rappresentano scottanti dossier, è impressionante. Si tratta di vertenze che lasciano sul campo, anche in caso di esito positivo di accordi, centinaia di posti. I motivi delle crisi aziendali si racchiudono in parole burocratiche: difficoltà gestionali, ristrutturazione, crisi mondiale, difficoltà di mercato e, persino, conflittualità familiare esasperata. La realtà è che si sta cancellando di fatto la manifattura italiana. E fanno effetto le poche notizie positive come il rilancio di competitività della Fincantieri, la riconversione della Golden Lady e della Tamoil. Al Mise, al 30 marzo, erano poco meno di 110 le procedure di amministrazione straordinaria. Ma negli elenchi del ministero non sono comprese le vicende legate alle grandi imprese come Eni e, specialmente, la Fiat. Il Lingotto ha praticamente messo in cassa integrazione tutti i dipendenti e, come denuncia Maurizio Landini, «fa investimenti solo con i soldi risparmiati dalla Cig: 1,7 miliardi in dieci anni». In generale in Italia si assiste a un continuo stillicidio che coinvolge aziende di ogni dimensione che, spesso, non compaiono negli elenchi ufficiali. Non si spiegherebbe, infatti, il dato clamoroso del milione di licenziati nel 2012. «E’ una situazione drammatica - spiega Fulvio Fammoni, presidente dell’Associazione Bruno Trentin - perché in Italia due milioni di imprese con 14 milioni di addetti producono solo per il mercato regionale, senza export. La crisi, per questo, è un disastro e spazza un modello produttivo non evoluto. Serve un nuovo intervento della mano pubblica e azioni immediate per far calare le tasse sul lavoro, ma pensando allo sviluppo».