ROMA In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni, ha ristretto il campo dei possibili tagli alla uscite a soli 207 miliardi di spesa aggredibile. Dagli 800 miliardi di spesa pubblica il ministro esclude gli interventi sui due grandi aggregati in cui si annidano ancora iniquità strutturali. E cioè la previdenza, dove resta il dualismo tra il sistema contributivo e il vecchio sistema retributivo, e in cui due milioni di pensionati su un totale di 18,6 riceve 2.909 euro medi mensili – avendo versato in contributi molto meno di quanto percepiscono in previdenza – ma non accettano l’idea di un contributo perequativo.
Il secondo aggregato è quello del pubblico impiego, area welfaristica implicita dalle nostre parti: 3,4 milioni di persone mediamente più anziane e meno qualificate rispetto al resto d’Europa e mal distribuite sul territorio.
Eliminare dal novero dei tagli possibili pensioni e pubblico impiego è un segno di resa?
COLOSSEO & MINATORI
Dice Nicola Rossi: «Se ci fosse un governo capace di incidere davvero quei 200 miliardi sarebbe giá una gran cosa. Potremmo dire che quei 200 miliardi sono l'inizio di un processo. Ma se guardiamo le cose con realismo, dobbiamo ammettere che il problema vero è oltre. Il passo successivo è la pubblica amministrazione. Cioè modernizzare il nostro sistema burocratico. La pubblica amministrazione è per noi quello che per il Regno Unito furono i minatori». Un fattore di conservazione con cui provare a fare i conti, fatto di forestali precari e di gran commis inamovibili. Ma il sistema dei partiti non è abbastanza forte. «Faccio un esempio – continua Rossi – lo sciopero selvaggio dei custodi del Colosseo. Bene, dopo lo sciopero, il ministro non ha saputo far altro che chiedere più soldi per la cultura. Una risposta da marziano».
Con questo approccio il rischio è che la stagione della grande coalizione si riveli un’altra occasione perduta.
OCCASIONE PERDUTA
Linda Lanzillotta, vice presidente del Senato, tra i fondatori di Scelta Civica, osserva: «La grande coalizione si sta rivelando un modo per dare una stampella ai grandi partiti popolari in difficoltà. È un peccato non approfittare di questo momento per fare le riforme».
Dunque, l’anomalia italiana è quella di avere partiti popolari non riformisti? «Le spinte riformiste – spiega – esistono. Vent’anni fa ci provò Silvio Berlusconi e le cose andarono male al partito liberale di massa per moltissime ragioni. Poi c'ha provato Veltroni. Poi è arrivato il tentativo di Mario Monti e del mondo che si è raccolto intorno a lui: a proposito, dopo aver scaricato ogni colpa usando l'alibi di alcuni forse inevitabili errori tecnici del riformismo montiano, oggi si comincia a riconoscere a Monti qualche merito. Il problema però è che queste spinte riformiste si infrangono contro un sistema politico che protegge il conservatorismo della società».
Il pericolo è che neanche un governo di larghe intese sia in grado di ripensare un nuovo patto sociale basato sulla ridefinizione del perimetro del welfare. Rossi: «Comincia a diffondersi il dubbio circa la capacità del governo di procedere nella direzione di riforme coraggiose. Anche perché riemerge nelle parole di alcuni ministri un mantra che era stato rimproverato a Tremonti: la speranza in una ripresa, che come sempre dovrebbe arrivare da fuori».
Intanto l’economia europea zoppica e il riflesso dell’autoconservazione scatta immediato, con il solito paradosso italiano: un governo può durare solo se non fa quello che dovrebbe fare. L’esempio della Grande Coalizione tedesca è davvero un termine di paragone?
NON E’ COLPA DELL’EUROPA
Angelo Bolaffi, filosofo politico e germanista, dal 2007 al 2011 direttore dell’istituto di cultura italiana a Berlino. Ha appena pubblicato un saggio abbastanza pro Berlino, «Cuore tedesco» (Donzelli, pagg.266, euro 18,00). Dice: «Da noi il problema è la generale assenza di classe politica. I liberali non fanno il loro mestiere, e la componente democratico-popolare non riesce a diventare neanche lontanamente qualcosa di paragonabile all’Spd. C’è una cosa che colpisce del clima italiano: i due grandi partiti ostili su tutto, sono d’accordo solo su una sola cosa, non si tocca la spesa pubblica. E siccome non si tocca la spesa cerchiamo dei colpevoli, l’Austerità, l’Europa, la Germania. Bisogna fare quello che fece Schroeder, toccare la spesa pubblica sapendo che avrebbe potuto perdere le elezioni».
C’è un problema di antropologia nazionale del potere? «No, direi che prima della questione antropolgica c’è un altro tema: è difficile per una classe politica che viene considerata corrotta, chiedere sacrifici agli altri».