L’AQUILA Se la prima visita all’Aquila della presidente della Camera Laura Boldrini si potesse raccontare per immagini, sarebbero quelle del suo volto rattristato davanti alla Casa dello Studente, dove non lascia fiori perché è una sosta fuori programma. Oppure quella del viso all’insù mentre osserva i palazzi dilaniati dal sisma, di fronte ai quali non si trattiene: «Ho visto tante città in tempo di guerra. L’Aquila mi fa pensare a una di quelle». Un’altra immagine sarebbe della presidente che s’inchina a ricevere i fiori donati dai bambini del centro estivo dei Salesiani, ai quali chiede: «Datemi un bacio». Uno sguardo che si fa serio e interrogativo all’auditorium del Parco del Castello, dove ascolta i problemi del mondo del lavoro e dell’università prendendo appunti, per poi rispondere punto per punto. La «presidentessa», come vuole farsi chiamare, nel tardo pomeriggio lascia L’Aquila portando con sé tanti spunti dalla città che chiede di non essere lasciata sola. Dopo un colloquio con il sindaco Cialente, la Boldrini saluta il consiglio comunale. Quasi tutta l’opposizione diserta l’aula. «Vedo una città non rassegnata al dramma», dice. «Avete un sindaco che vi ben rappresenta. Protesta clamorosamente per far sentire la sua voce ma propone soluzioni». «Ora si devono unire le forze», sottolinea rivolgendo un pensiero ai giovani. «Non lasciate questa città perché è adesso che c’è più bisogno di voi. Questo è il momento delle grandi opportunità, quando si ricostruisce c’è spazio per chi ha delle felici intuizioni». Nel corso della sua visita nel centro storico e parlando con i cittadini, i sindaci, gli imprenditori, le donne, la Boldrini comprende che la città per rinascere «deve ricostruire la sua anima, che si ritroverà il giorno in cui verrà ristrutturata la parte antica». CENTRO STORICO. La parte antica della città è quella che colpisce di più la Boldrini. «Non mi aspettavo di trovare una città fantasma a quattro anni dal sisma», dice. «Il centro storico dev’essere ricostruito subito». La Boldrini comincia da piazza Duomo il suo «tour» in zona rossa, passando per via dell’Arcivescovado, Piazza della Prefettura, Piazza San Marco, il vecchio convento di San Domenico, Palazzo Carli. Un tour spiegato nei dettagli dal sindaco Cialente, con il quale è subito feeling. «Dov’è il sindaco?», chiede la Boldrini all’uscita dal bar Nurzia non trovandolo più al suo fianco. «Invocato», Cialente si avvicina e riprende a spiegare: «Nel 2014 abbiamo bisogno di un miliardo e 800 milioni, per gli anni successivi di un miliardo l’anno, e al governo abbiamo anche proposto due soluzioni: una con la Cassa depositi e prestiti, l’altra in accordo con l’Abi per un prestito». «Fondi che arriveranno solo per il 2013», sottolinea, «grazie al miliardo e 200 milioni assicurato dal governo, mentre dal 2014 non abbiamo nulla». PATTO DI STABILITÀ. Una delle azioni concordate dal sindaco con la presidente della Camera è un ordine del giorno che inviti il governo a impegnarsi nei confronti dell’Europa affinché le risorse destinate all’emergenza e alla ricostruzione delle zone terremotate «non vengano conteggiate nel Patto di stabilità». L’APPELLO DEL LAVORO. Sono i rappresentanti sindacali e delle organizzazioni di categoria a dare alla Boldrini la misura, in termini di numeri, del dramma post-sisma. «Nel 2008 avevamo 7,5 milioni di ore di cassa integrazione», ricorda il segretario provinciale della Cgil Umberto Trasatti. «Nel 2013 c’è stato, rispetto a quell’anno, un incremento del 1800%». Poi la questione delle tasse sospese alle attività produttive che devono ora restituirle perché il taglio è considerato dall’Europa «concorrenza sleale». E gli infiniti problemi di tutti i giorni in una città senza più tessuto sociale. «Sono stata invitata dal sindaco e non potevo non venire», dice Boldrini. «Spero di potervi dare un contributo a non fare scendere l’attenzione sulla città. Sono qui per dare un segnale alla gente e alle istituzioni. Farò tutto il possibile nell’ambito delle mie prerogative, per rappresentare al governo la situazione, anche con un’audizione delle istituzioni locali alla Commissione competente». Ma poi le scelte, si sa, «deve farle la politica».