ROMA Un film, genere horror e/o assurdo. Se c’è una metafora della tortuosa impotenza dell’Italia del 2013, ebbene questa è la vicenda delle Province. Ieri - ennesimo colpo di scena - la Corte Costituzionale ha cancellato con un tratto di penna 18 mesi di tentativi del governo Monti di riformare, con ben due decreti, questo pezzetto di Stato. Che vale 12 miliardi di spesa sugli 800 totali e offre uno spicchio di 4.000 seggiole da consigliere e presidente della grande torta da 100 mila e più poltrone sulle quali siede la nostra classe politica.
Tanto tempo e tante energie sprecate, quelle spese per tentare di cambiare o abolire le Province. Anche perché ieri la Corte Costituzionale non è entrata nel merito, non ha scritto di non fare i tagli alla spesa pubblica, ma ha semplicemente ribadito un concetto da manuale: le riforme costituzionali (le Province sono previste dalla Costituzione) non si possono fare con decreto. Insomma - questo è il senso del pensiero della Consulta - cari politici non prendete le scorciatoie perché perdete solo tempo.
CONFUSIONE
Resta il fatto che ora la sceneggiatura del (brutto) film sulle Province è nella confusione più totale. Già perché nel frattempo il primo decreto Monti (articolo 23 , dl 201, abolito) prevedeva che non si svolgessero più le elezioni popolari per le amministrazioni provinciali. Finora ben 18 enti su 107 alla scadenza del mandato sono stati ”chiusi” politicamente e messi nelle mani di un commissario. E fra le 18 amministrazioni sospese ce ne sono tre molto grosse: Roma, Genova e Ancona. Che cosa succederà ora? Gli italiani saranno chiamati a rivotare per queste amministrazioni? Non che se ne senta un bisogno impellente ma ieri nessuno sapeva rispondere a questa semplice domanda.
Da parte del governo il ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello ha ribadito a sua volta un concetto chiarissimo: «La sentenza della Consulta ci spinge a riformare la Costituzione». Anche il presidente dell’Upi (l’Unione delle Province Italiane) è chiaro (ma anche prudente): «La sentenza mi fa piacere - dice a II Messaggero - Smentisce tra l’altro che ci fossero urgenze economiche per intervenire. Ma io non sono per conservare tutto così com’è. Il governo però deve liberarsi dalla moda di scaricare tutto sulle Province. Quando qualcuno non sa che dire spara una bordata a favore della nostra abolizione. Ma mai che entrassero nel merito».
Già. Il merito. A che servono e che cosa facciano esattamente le Province (e i loro 64 mila dipendenti) in realtà è un segreto per la grande maggioranza degli italiani. L’Upi sottolinea che in tutti i paesi europei sono tre i livelli di organizzazione del territorio. I nemici delle Province ogni tanto fanno circolare chilometrici dossier a base di clientelismi e storiacce da basso impero. Resta il fatto che il pasticcio combinato su un dossier tutto sommato minore la dice lunga sulla qualità della regia complessiva delle riforme italiane.
Dall’impasse però sembra esclusa l’operazione di chiusura dei Tribunali minori varata dall’ex ministro della Giustizia Paola Severino. Ieri la Corte l’ha dichiarata legittima salvo che per il Tribunale di Urbino.