ROMA Mentre si discute accanitamente su come scongiurare l’aumento di un punto percentuale dell’aliquota ordinaria del’Iva, o sulla revisione dell’Imu per l’abitazione principale, c’è un’imposta il cui peso cresce in modo pressoché automatico anno per anno, proprio perché non cambiano le norme che lo regolano: tra il 2007 e il 2013 l’incidenza dell’Irpef effettivamente versata da lavoratori dipendenti e pensionati è cresciuta mediamente di 1,5-2 punti, per effetto dell’aumento solo nominale di pensioni e stipendi. È il fenomeno noto agli economisti come fiscal drag (in italiano drenaggio fiscale), al quale fino all’inizio dello scorso decennio veniva posto rimedio con il ritocco di aliquote e detrazioni. Dal 2001 questi interventi sono venuti meno. Così, data la struttura progressiva dell’Irpef, se i redditi crescono solo in misura tale da compensare l’inflazione vengono sottoposti ad un prelievo effettivo che risulta in proporzione maggiore, perché a mano a mano si incappa in aliquote più alte mentre le detrazioni si riducono. In altre parole: il contribuente ha lo stesso potere d’acquisto e dunque il suo benessere economico non aumenta, ma aumenta la quota di reddito da versare allo Stato.
GLI EFFETTI PRATICI
Vediamo quindi come è andata ad alcune categorie di contribuenti, nell’ipotesi che il loro reddito sia cresciuto ad un tasso equivalente a quello dell’indice dei prezzi al consumo: è esattamente quel che succede alle pensioni o almeno a quelle basse e medio-basse, mentre le retribuzioni da lavoro possono avere una dinamica diversa ma difficilmente più favorevole in tempi di crisi.
In sei anni i prezzi hanno avuto un aumento cumulato di poco più del 13 per cento. Così un pensionato che nel 2007 prendeva 15 mila euro l’anno, è arrivato oggi a 16.995. A parità di altre condizioni (ossia senza tener conto di ulteriori detrazioni eventualmente spettanti, come quelle per spese sanitarie) e non calcolando l’affetto delle addizionali locali, pagava 2.195 euro, ossia il 14,6 per cento dell’imponibile Irpef. Oggi paga 2.797 l’anno: quindi l’aliquota media effettiva è salita al 16,5, quasi due punti in più. Se fosse rimasta la stessa, il pensionato pagherebbe quest’anno oltre 315 euro in meno e avrebbe risparmiato seppur in misura minore anche negli anni precedenti.
L’incremento del prelievo medio è appena leggermente inferiore negli altri casi, ma comunque intorno a un punto e mezzo. Per un lavoratore dipendente il cui imponibile sia passato dai 25.000 euro del 2007 a 28.325, la maggiore imposta del 2013 è di 385 euro: l’aliquota media sale dal 20,5 al 21,9 per cento. Consideriamo ora un lavoratore con lo stesso livello di reddito ma con un coniuge e due figli a carico. L’effetto del fiscal drag è accentuato dalle detrazioni familiari, anch’esse decrescenti in base al reddito: più questo cresce meno se ne fruisce. Nel caso specifico però un piccolo intervento c’è stato ed ha permesso di compensare anche se solo in parte l’incremento dell’imposta. Con l’ultima legge di stabilità infatti Parlamento e governo hanno previsto un moderato incremento delle detrazioni per figli a carico. Ecco quindi che l’aliquota media effettiva è passata dal 12,8 al 14,4 per cento; senza i correttivi sarebbe schizzata ancora più su, al 15,2. La maggiore imposta dovuta quest’anno è comunque di 465 euro.
Le cose non vanno meglio per i redditi un po’ più alti. Ad esempio un dipendente che nel 2007 guadagnava 40 mila euro l’anno e che sia passato - recuperando la sola inflazione - a 45.320, vede il proprio prelievo medio crescere dal 27,5 al 29,2 per cento. La maggiore imposta pagata quest’anno a causa del fiscal drag è di 755 euro: più di tre volte l’importo medio dell’Imu annuale per l’abitazione principale.
LA NORMA DEL 1989
Sul fatto che il drenaggio fiscale sia una forma iniqua di inasprimento del prelievo sono tutti d’accordo. Una legge del 1989, formalmente ancora in vigore, ne prevedeva il recupero quasi automatico in caso di inflazione annuale superiore al 2 per cento. Toccava al governo provvedere con corrispondenti interventi su aliquote e detrazioni. È stato fatto più o meno regolarmente fino al 2001, ma poi il governo Berlusconi decise che la norma andava considerata decaduta, addossandone la responsabilità all’applicazione che ne aveva fatto il precedente esecutivo. Da allora sono stati attuati ritocchi delle detrazioni a favore del contribuente, in particolare per quel che riguarda i carichi familiari, e sono state modificate anche le aliquote. Ma dal 2007 la struttura dell’imposta è rimasta la stessa, con l’eccezione del recente mini-intervento per le famiglie. E se non si cambierà strada, gli aumenti continueranno ad accumularsi.