ROMA E’ trascorso quasi un anno da quando l’Ufficio di Presidenza della Camera aveva preso atto della necessità di ridurre la spesa per il personale, ma di tagli per ora si parla soltanto, benché la presidente Laura Boldrini li avesse annunciati fin dal momento della sua elezione. Il dossier è stato affidato alla vicepresidente democratica Marina Sereni che, al pugno di ferro, ha preferito il guanto di velluto, intavolando la discussione con i sindacati la scorsa settimana e fissando gli obiettivi da raggiungere: «Riconsiderare le funzioni assegnate alla struttura, secondo un principio di priorità; rivedere l’organizzazione amministrativa, il cui modello, che pure si è costantemente evoluto, risale all’inizio degli anni 2000; riconoscere con maggiore incisività il merito professionale attraverso rinnovati percorsi di carriera e un adeguato sistema di valutazione del personale».
IL BRACCIO DI FERRO
Misure che i sindacati dei dipendenti del Parlamento, ben 11 sigle, non sembrano però intenzionati a digerire. Anche perché, c’è poco da fare, per dare un senso all’operazione bisognerebbe andare ad incidere sugli stipendi e, soprattutto, sulle indennità che, sommate ai primi, danno cifre di tutto riguardo. Certo, consultando il sito della Camera si trova una scheda, pubblicata alla fine del quinquennio di presidenza di Gianfranco Fini, in cui compaiono stipendi che sembrerebbero nella media: dai quasi 1500 euro di un operatore tecnico, ai quasi tremila di un consigliere.
Va detto che però le cifre riportate riguardano gli stipendi netti e, soprattutto, di inizio carriera. Carriera che, successivamente, sarà scandita da aumenti che diventano assai cospicui al raggiungimento dell’ultimo livello dello stipendio: in questi casi, le retribuzioni lievitano il 5 per cento il primo anno, e il 2,5 per cento ogni due anni. Così a Montecitorio e palazzo Madama, ci sono segretarie che valgono ottomila euro mensili, netti, operatori tecnici che sfiorano i diecimila euro, stenografi da 17 mila, centralinisti che in un anno guadagnano più di 111 mila euro e ragionieri che ne intascano quasi 200 mila.
LE STIME
Basti pensare che, solamente quest’anno, la previsione di spesa per gli stipendi del personale di Montecitorio è di 231 milioni 140 mila euro, oltre ai 48 milioni 855 mila destinati ai contributi previdenziali, e mentre 217 milioni 505 mila euro vanno per le pensioni degli ex dipendenti. Non a caso, a proposito delle progressioni di carriera, Sereni ha proposto «un limite, orientativamente fissato al trentesimo anno di servizio effettivo, oltre il quale il meccanismo degli aumenti biennali cessa di produrre effetti sulle retribuzioni».
LE INDENNITÀ
Poi c’è il capitolo delle indennità. Quella di funzione varia ovviamente a seconda dell’inquadramento, e garantisce un altro gruzzolo: 400 euro al mese per un’assistente superiore, quasi duemila per un consigliere caposervizio, 1450 per il vicesegretario e 2207 euro per il segretario generale. Anche qui, la proposta di riduzione «in termini percentuali diversi, in modo che gli effetti del taglio si riducano con il decrescere del valore che è attualmente previsto per le diverse tipologie di indennità», non appare draconiana anche perché demandata a successiva trattativa. Come non lo è quella per le indennità contrattuali (di rischio, meccanografica e di immissione dati) che Sereni vorrebbe superate ma che, nell’avvio del dialogo, basterebbe fossero ridotte del 50 per cento.
GLI ADEGUAMENTI
Come pure si vorrebbe che i dipendenti rinunciassero a recuperare gli adeguamenti automatici degli stipendi bloccati a tutto il 2015. E, soprattutto, che fosse impedito il cumulo delle pensioni di chi, finito nel palazzo, è andato a lavorare in altra istituzione.
Infine, la vicepresidente Sereni ha proposto ai sindacati una riforma dei congedi ordinari e delle ferie: i dipendenti della Camera ne hanno talmente tanti da accantonarli per finire in anticipo la propria carriera. Si va dai 38 giorni di un documentarista, ai 30 degli interpreti ai 41 dei consiglieri. Anche in questo caso, la soluzione proposta, non vieta l’accantonamento, ma prova a limitarlo, si fa per dire, a 70 giorni. E questa è solamente la base della trattativa che, secondo i conti fatti in una recente inchiesta, ridurrebbe i costi del personale di un risicato 3 per cento.
GLI INGRESSI FUTURI
In attesa di assunzioni future: quelle sì, subiranno una riduzione del costo pari al 20 per cento. Sempre che i sindacati siano d’accordo. Difficile crederlo, visto che si sono opposti anche alla pubblicazione degli stipendi dei dipendenti on-line, acconsentendo, alla fine di una lunga discussione, alla diffusione di una tabella che, «evitando pubblicazioni nominative, contiene, per ciascuna categoria di personale, i trattamenti stipendiali complessivi maturati in alcuni momenti della carriera economica, fino al tentacinquesimo anno di servizio effettivo».