ROMA Sono due le mozioni di sfiducia individuale contro il ministro dell’Interno e vicepremier Angelino Alfano presentate da M5S e Sel alla Camera e al Senato sul rimpatrio forzoso della moglie e della figlia del dissidente kazako Ablyazov. In esse si fa rilevare che «in un Paese democratico occidentale, il garante politico delle forze di polizia è il ministro dell’Interno, tanto più in una fase di transizione di avvicendamento tra capi della Polizia». Il Viminale - osserva il capogruppo dei 5 Stelle, Riccardo Nuti - «non poteva non sapere e, se non sapeva, significa che nel nostro Paese c’è una polizia parallela che agisce a propria discrezione e all’insaputa dei vertici».
Inutile dire che l’intero Pdl fa quadrato attorno al suo vicepremier. Tutti i grossi calibri del partito difendono il loro segretario non attribuendogli alcuna responsabilità nell’accaduto. Fabrizio Cicchitto osserva che «tutto è avvenuto in una fase in cui mancava il capo della polizia e, mancando il capo della polizia, non è che il ministro dell’Interno ne fa le veci». Da parte sua, Renato Schifani prevede che «chi spinge per le dimissioni di Alfano resterà deluso», mentre Maurizio Sacconi va dritto al nocciolo del problema osservando che «è impossibile separare Alfano dal governo e dal Pdl».
VENDOLA
Assai diversamente la pensa Nichi Vendola che, parlando di «scandalo internazionale», afferma che le dimissioni di Alfano sarebbero «un atto di igiene istituzionale». Più prudente la posizione del Pd, dove il segretario Epifani sembra ritenere dirimente la relazione che farà sul caso il capo della Polizia, ma che, tuttavia, sottolinea come «una democrazia non può consentire quanto accaduto. Si chiariscano rapidamente tutte le zone d’ombra, poi chi ha sbagliato dovrà assumersi le proprie responsabilità dell’inaccettabile errore commesso».
Intanto, su un particolare aggiuntosi nelle ultime ore a questo intricatissimo caso, e cioè l’incontro avvenuto secondo un quotidiano sardo il 6 luglio tra il presidente del Kazakistan, Nazarbayev, e Silvio Berlusconi in una villa dell’isola, arriva la smentita di palazzo Grazioli. Nella quale si sostiene che il 6 luglio il Cavaliere si è trattenuto per tutto il giorno nella sua residenza di Arcore, e che non ha mai incontrato Nazarbayev durante il suo soggiorno in Italia.
Per quanto riguarda l’altro ministro coinvolto nel caso Ablyazov, Emma Bonino, la titolare degli Esteri fa sapere di «aver vissuto questa vicenda in modo umanamente molto amaro», di non star facendo mancare l’assistenza diplomatica alla moglie e alla figlia del dissidente, di attendere al massimo per oggi l’esito dell’indagine del prefetto Pansa, e precisa che, comunque, «per legge, piaccia o no, la Farnesina non ha alcuna competenza sulle espulsioni e le estradizioni di cittadini stranieri».
Silvio solidale con il vicepremier ma prepara anche un piano B
ROMA Ad Angelino Alfano il telefono è sempre piaciuto poco. Una conferma si ha il 28 maggio. Al Viminale c’è chi prepara il blitz nella casa di Casalpalocco per prelevare Alma Shalabayeva, ma il ministro dell’Interno non può rispondere. E’ alla Camera per partecipare ad una delle più tormentate assemblee del Pdl. Verdini e Santanchè picchiano duro sul governo e sul ministro Quagliariello. Schifani è preoccupato e Alfano, in qualità di segretario del Pdl, accorre per dare manforte alla pattuglia delle colombe. La riunione finisce a tarda notte. Più o meno in contemporanea all’operazione di rendition che va in scena alla periferia Sud di Roma e che parte tutta dal pressing che l’ambasciatore kazako in Italia, Andrian Yelemessov, fa sul capo di gabinetto del ministro Giuseppe Procaccini. In questo varco di delega, o vuoto d’informazione, non si addentra la relazione che oggi il capo della Polizia Alessandro Pansa consegnerà al ministro dell’Interno, ma di certo lascia sospesa la correttezza burocratica di ciò che è avvenuto dopo il blitz nella villa di Casal Palocco.
TRIPLO INCARICO
Sta forse tutto in questa sovrapposizione di ruoli, di competenze e di scarsa attenzione, l’origine di una delle più pasticciate operazione di polizia. Un colossale disastro diplomatico. Al punto che l’eurodeputata del Pdl Licia Ronzulli non esita a definire «un caso Tymoshenko2» la deportazione in Kazakistan della moglie del capo dell’opposizione del dittatore Nazarbayev. Nel vuoto di informazioni o di un possibile eccesso di delega, rischia di schiantarsi il governo che resta però fermo sulla linea dell’assenza di responsabilità politica dei ministri coinvolti nella faccenda. Il più esposto è, ovviamente, Alfano che oggi si ritroverà con il premier Letta e il ministro degli Esteri Emma Bonino per discutere sul da farsi, anche in vista della relazione che il governo farà giovedì alla Camera. Vista la gravità della situazione e l’emergere di nuovi particolari, è possibile che sia lo stesso presidente del Consiglio ad intervenire in modo da dimostrare la compatezza del governo e mettere in evidenza anche il rischio che la maggioranza correrebbe qualora venisse messa in discussione la delega di Alfano. Sel e M5S hanno presentato una mozione di sfiducia sia alla Camera sia al Senato. La possibilità di un voto segreto aumenta la tensione e la decisione della Lega di schierarsi contro Alfano, comincia a preoccupare anche coloro che, specie a palazzo Madama, gestiscono il pallottoliere.
PESCI PICCOLI
I provvedimenti che Letta e Alfano hanno promesso di prendere nei confronti dei responsabili dell’affaire-kazako potrebbero non bastare a chiudere la faccenda nemmeno nel Pd. Renziani e sinistra sono sul piede di guerra e sottolineano «l’ennesima brutta figura internazionale dell’Italia che non riesce a riportare a casa i marò e consegna due ostaggi nelle mani di un brutale dittatore». Nell’occhio del ciclone è anche il ministro Bonino e nel Pd c’è chi si chiede se «c’è un nesso tra l’atteggiamento della Bonino che non prende le distanze da Alfano e la decisione del Pdl di sostenere i referendum Radicali». Irritato e nervoso per la piega che ha preso la faccenda, ieri Alfano ha a lungo parlato con Berlusconi ottenendo piena solidarietà. Eppure nel Pdl c’è chi è pronto a scommettere che Berlusconi, pur di tenere in piedi l’attuale governo, è disposto a tutto: a dimettersi da senatore se dovesse scattare l’ineleggibilità e a chiedere ad Alfano di fare come Scajola se la maggioranza dovesse rischiare.